by Giuseppe Signorin

Non sono uno a cui piace Battiato, sono un maniaco di Battiato. Da quando l’ho scoperto alle superiori, Battiato è stato il mio chiodo fisso. Mettevo le frasi delle sue canzoni – che a loro volta spesso erano frasi di altri autori – nei temi. Con qualche compagno di classe tappezzavamo le mura dell’aula con fogli A4 e i testi di Battiato. Andavo ai concerti. Guardavo addirittura i suoi film e cercavo di farmi piacere la sua pittura. Leggevo libri su di lui, ascoltavo le interviste. Per me Battiato non è stato un cantautore, è stato di più. Non esiste nulla di simile a Battiato, alla sua musica, ai suoi dischi, al suo percorso di artista, né in Italia né all’estero. Da dove viene Battiato? Questa sua unicità, unita alla qualità – i gusti sono gusti, ma riuscire a dire che non ci sia qualità, nell’arte di Battiato, è difficile -, questa sua capacità di essere estremamente ironico ed estremamente serio, carico di senso e di non senso, antico e nuovo, commerciale e non commerciale, classico e insieme d’avanguardia… imprevedibile… insomma, Battiato per me è veramente di un altro pianeta. Il suo sprezzo per la lingua inglese, gli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero. Il modo bizzarro in cui si è sempre vestito e pettinato. L’utilizzo della voce, mai sopra le righe eppure capace di trasmettere mistero, intelligenza, emozione. E poi Battiato è stato l’unico in grado di portare in maniera costante certi temi nella musica da classifica: il sacro nelle canzoni. Battiato è stato a suo modo un “evangelizzatore”. Ma non del Vangelo. Ecco. Battiato aveva una sua idea di sacro, non da supermercato o da centro yoga, una sua idea profonda di sacro, che però era molto distante dal Dio che si è incarnato, è morto e risorto in cui credo io. Con la conversione ho iniziato a vedere i limiti di Battiato, per esempio quando si riferisce al cristianesimo. In una canzone dice che Cristo nei Vangeli parla di reincarnazione. È un’interpretazione assolutamente falsa. Battiato ha trascinato moltissimi ascoltatori verso il sincretismo, verso un mix di religioni e in parte di contenuti che riguardano la sfera dell’esoterismo. Che poi ultimamente si fosse avvicinato un po’ di più al cristianesimo, come pare, mi fa enorme piacere. Non voglio giudicare l’anima di Battiato, ma l’amore che ho sempre nutrito nei suoi confronti mi fa rifiutare un certo addomesticamento del suo percorso. Battiato era amico di un personaggio come Jodorowsky e alcune delle sue canzoni più famose, come La cura, le riteneva le meno interessanti. Non è così facile da inquadrare. Per me, a livello artistico, è una delle cose migliori successe negli ultimi cento anni. Ma va preso con le pinze. Non va santificato a qualche ora dalla morte. Oltre che di Battiato, sono sempre stato un maniaco di Lou Reed, quasi l’opposto di Battiato. Lou Reed aveva pochissima voce, suonava la chitarra in una maniera basilare, usava parole di tutti i giorni. Il suo obiettivo era creare arte di alto livello con mezzi minimi, più semplici possibili. Battiato invece doveva sempre “raffinare” tutto. Mischiava cultura alta e bassa, ma voleva comunque apparire “alto”. Termini, citazioni, struttura delle canzoni. Era il suo. Lou Reed, però, aveva il coraggio di mostrarsi più “stupido”. Battiato doveva sempre mostrarsi colto, profondo, intelligente. Lou Reed era l’opposto. Le mie due manie musicali: Battiato che ha portato il sincretismo nella musica, Lou Reed che ha portato il “lato selvaggio”, e cioè il mondo dei drogati e l’universo lgbt – prima che quest’ultimo diventasse norma. Questo per dire cosa? Non lo so, sto improvvisando. Nei social dei Mienmiuaif stiamo pubblicando una specie di serie demenziale/umoristica/religiosa, Gigi prete diocesano gatto, e Gigi, appena ha saputo che Battiato è morto, si è preso male e ha subito pensato di celebrare le Messe gregoriane, perché comunque Battiato era “mezzo esoterico”. Questo ha turbato qualcuno, perché era come se si stesse giudicando il cuore di Battiato. Ma, a parte che Gigi è un “prete” un po’ particolare ed è nel suo stile fare qualcosa del genere, e a parte che le Messe in suffragio le farei dire a chiunque, a parte questo, quando si parla di un artista noto, di un uomo pubblico, chiaro che non si giudica l’uomo, ma si deve pur poter dire qualcosa sulle sue azioni, sulle sue opere, sulle sue dichiarazioni. Questo non credo rientri nel giudizio degli altri in senso profondo, in senso cristiano. Le intenzioni solo Dio le sa, ma i fatti sono fatti. È un po’ lo stesso motivo per cui non si devono assolutamente giudicare i cuori di chi guida la galassia lgbt che sta conquistando il pianeta, ma non poter dire quello che si crede essere giusto o sbagliato a riguardo, è tutta un’altra faccenda. Ok, il ddl Zan qui non c’entrava molto, ma è colpa di Lou Reed. Perché si possono amare e ammirare artisti come Lou Reed o come Battiato, ma questo non significa che non si possano avere opinioni diverse o addirittura contrastanti, opposte, che non si possa più essere liberi di giudicare il contenuto delle loro canzoni o discorsi e sostenere che le riteniamo sbagliate, dannose, quando non oscene. Perché no? Fine improvvisazione.

by BAT-man, il nostro inviato dalla provincia di Barletta-Andria-Trani, Salvatore Zingaro

“E dimmi, chi potrà capire se non tu? Sì, chi potrà capire? Sono i dubbi che pervasero quella notte di chiacchiere tremende, finché fu giorno, e la luce squarciò anche le tenebre della mente. Perché, grazie a Dio, adesso quei segreti possono essere detti; sì, ora che sono salde le nostre radici, è bello anche farsi vecchi. Abbiamo infine conquistato le cose comuni, una sposa e una fede, e quindi adesso ne scrivo, e tu leggerai, in perfetta quiete.”

Ho provato molte volte a riflettere sulle prove​ che ci tocca affrontare per il nostro cammino, sfide che spesso la vita ci presenta.​ Dubbi, perplessità… tanti pensieri, molto spesso, ci portano a domandarci se avremmo forse potuto dare di più in determinate occasioni. Ma che cosa o chi stabilisce il successo nella nostra vita o la qualità delle nostre azioni?​ Oggi che il successo è calcolato sul numero degli applausi, è facile che si finisca col fare determinare agli altri ciò che siamo e, come in un reality, il nostro percorso viene deciso o meno a seconda dei voti e dei punteggi di un pubblico spietato che detta le regole. Rincorrendo giudizi altrui, però, si finisce per essere la forma senza contenuto, o meglio la forma che detta il contenuto. E non importa più ciò che pensiamo veramente, ciò che è dentro di noi custodito nel cuore, perché finiamo prima o poi per dimenticarlo, lasciandolo assopito per chissà quanto tempo.

Avevo sempre erroneamente pensato alla sofferenza, alle difficoltà, come un​ qualcosa che limitasse la libertà, le nostre scelte, quasi​ un freno ai nostri progetti, e il peccato un termine astratto, parte di un concetto distaccato dal reale e inventato da qualche religioso per assoggettare e imporre un’idea a proprio piacimento.
G.K Chesterton, invece, ne L’uomo che fu Giovedì, romanzo profetico pubblicato nel 1908 agli inizi della sua carriera, andava a delineare il cammino dell’uomo nell’ottica della salvezza, che inizia, per ognuno di noi, proprio nel momento in cui pensiamo di non capire più niente, nell’istante in cui una crisi profonda ci travolge e vorremmo nasconderci o addirittura scomparire definitivamente. L’adolescenza dell’autore è stata segnata dallo​ scetticismo, che gli causò depressione e un forte senso di sbandamento, ma qui è proprio il punto in cui​ scegliamo veramente quale direzione dare alla nostra vita, se dare una svolta sino a far luce nel profondo del proprio essere, fino a riscoprire le radici di ciò che siamo, di ciò che ci rende saldi, o se rimanere fermi a mangiare le carrube come il figliol prodigo prima della conversione, fingendo a noi stessi che sia vitello grasso, e l’acqua stagnante un vino particolarmente pregiato.

Scriverà infatti​ Chesterton: “Il punto non è la Teologia, il punto è se tu, messo di sentinella per un turno di guardia sconosciuto, fischierai oppure no.”​ La prima è stata la scelta dell’uomo che fu Chesterton. Ed è anche il percorso che compie l’uomo che fu Giovedì, Gabriel Syme, il protagonista del libro. Gabriel è un poliziotto poeta, infiltrato in un gruppo di anarchici in cui ognuno ha come nome un giorno della settimana, assoldato per sventare un pericoloso piano atto ad allontanare l’uomo da Dio, corrompendolo e dilaniandolo non con la guerra e le bombe ma​ attraverso l’arte, la filosofia e l’astuzia dei salotti dell’ideologia moderna. Sprofondando nell’inferno delle proprie incertezze, tra volti che sembrano maschere e maschere che sembrano volti, tra mille enigmi e incidenti, alla fine riuscirà a conquistare la propria identità, fatta di limiti e debolezze, ma ottenendo quel vero successo che significa riconciliarsi con se stessi, con le proprie origini e che ti permette sempre di più di guardare a quel mistero che è la sofferenza, con occhi nuovi, fino a riconoscere che “il male è così malvagio da farci pensare che il bene sia solo un caso; ma il bene e così buono da darci la certezza che dev’esserci una spiegazione per il male”,​ perché​ “solo così la bugia di satana può essere ritorta contro quella sua faccia da bugiardo, solo così noi possiamo guadagnarci il diritto attraverso le lacrime e il sangue versato, di dirgli in faccia: tu menti!”.

Nessuna sofferenza è troppo grande, se ci fa guadagnare il diritto di dire in faccia a quest’accusatore “anche noi abbiamo sofferto”, ed è l’augurio che faccio a tutti quanti noi, di riuscire a guardare alle prove non come ostacolo ma come opportunità, per poter procedere nella stessa direzione, forse su strade diverse, ma che ci sapranno dirigere alla conquista di quelle cose comuni, le stesse cose che auspicava Chesterton nella poesia iniziale: una sposa e una fede.

by Giuseppe Signorin

Qualche appunto leggendo alcune pagine del filosofo franco-tunisino Fabrice Hadjadj, che si è convertito al cattolicesimo nel 1998 di fronte a una statua della Vergine Maria in una chiesa nel centro di Parigi.

1. CARITÀ CRUDELE

Se la modernità ricercava ancora una verità, per quanto ideologica, la postmodernità – l’epoca in cui viviamo – ricerca piuttosto soluzioni tecniche ed è caratterizzata da quello che si potrebbe definire un “culto delle emozioni”. Oggi, più che eresie della verità, ci troviamo di fronte a eresie dell’amore. È l’amore che determina tutto. Ma quale tipo di amore? Un amore emotivo, in nome del quale vengono promossi l’aborto, l’eutanasia, il gender, il consumismo, il transumanismo… Unione di tecnica e sentimentalismo genera mostri contro cui è davvero difficile schierarsi senza risultare “crudeli”. Per esempio l’utero in affitto, per alcuni un gesto di estrema solidarietà, per noi cristiani una pratica oscena in cui si priva a tavolino un bambino della sua mamma. La carità cristiana, quindi, deve fare i conti con l’apparire crudele, in certi casi. Ma d’altronde siamo discepoli di un Dio crocifisso per bestemmia.

2. L’INFERNO È IL LUOGO DELLA TOLLERANZA DIVINA

Dio ci “tollera” a tal punto da lasciarci liberi di andare all’Inferno. Non è Dio che ci manda all’Inferno, siamo noi che decidiamo di andarci. L’Inferno non è un luogo pieno di ingiustizie e malvagità contro degli innocenti, com’è stato, per esempio, Auschwitz. Tragedie come Auschwitz vengono paragonate all’Inferno per le torture indicibili a persone innocenti, ma nell’Inferno reale, secondo la dottrina cattolica, non ci sono vittime e carnefici, ci sono solo “carnefici” che hanno deciso di stare lì. Dio è talmente tollerante nei confronti della nostra libertà da lasciarci scegliere addirittura la meta più terribile: l’Inferno. Che sostanzialmente è un distacco totale da Lui. Dio tenta in tutti i modi possibili e impossibili, immaginabili e inimmaginabili, di farci optare per il Paradiso, ma alla fine lascia a noi la parola.

3. CONGIOIRE

Congioire è un termine inusuale. Il mio file lo segna in rosso e già questo è significativo. Eppure esiste davvero, nonostante non venga utilizzato, e vuol dire “gioire con qualcuno”. Compatire, invece, è un termine più noto, forse perché indica qualcosa di più semplice da mettere in atto. Non che sia facile compatire, provare compassione, ma è senz’altro meno difficile e più comune di congioire. Il motivo? Secondo Hadjadj è l’orgoglio. Chi compatisce, infatti, in qualche modo si “abbassa” al livello di chi soffre o che sta vivendo una situazione di disagio e miseria. Aiutare chi sta peggio e compatire non ostacola più di tanto il nostro orgoglio, anzi. Al limite ostacola il nostro egoismo. Ma ci si può inorgoglire nel compatire gli altri. Mentre gioire insieme a chi è felice è un duro colpo per la nostra invidia e l’invidia è una brutta bestia, una delle peggiori, capace di soffocare la gioia sul nascere.

4. NOI SIAMO UNA MISSIONE

Noi non abbiamo una missione, siamo una missione. La missione non è un optional nella vita di un cristiano. Non è questione di marketing: non dobbiamo aumentare il numero dei cristiani come si aumenta il numero degli apparecchi venduti. È che se hai qualcosa di importante, dentro, la comunichi. La vuoi comunicare. Non riesci a non comunicarla, anche se ti sforzi di non dire niente. Se una persona vive il rapporto con Dio fino in fondo, non riesce a non annunciare. Per questo la missione – che si tratti di un annuncio più o meno diretto a seconda della vocazione e delle chiamate – non può essere un di più, un aspetto fra gli altri da tirare fuori solo in determinate circostanze. No, la missione è un’esigenza del nostro essere in qualsiasi istante. La missione è così radicata in un cristiano da appartenere maggiormente alla sfera dell’essere, che del fare.

L’ultimo video della cantante dei Mienmiuaif in italiano (precisiamo perché Anita ha aperto anche un profilo in inglese… per non farsi capire dallo pseudo chitarrista) parla di due piccoli nuovi modi di pregare che la stanno aiutando molto in questo periodo. “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.” (Lettera ai romani 8,28)

di Giuseppe Signorin

Fra i numerosissimi tentativi dei cristiani di depotenziare il cristianesimo, uno particolarmente subdolo riguarda l’idea del combattimento. Noi cristiani siamo buoni, pacifici, non dobbiamo utilizzare un vocabolario di guerra. Ma noi ci chiamiamo cristiani per Cristo e Cristo ha vinto la guerra più feroce: la guerra contro la morte. La croce è l’arma della vittoria di Cristo sulla morte. Il fatto che la logica del Vangelo sia capovolta, rispetto a quella del mondo, non significa che non ci sia una guerra in atto. Una guerra che noi cristiani siamo chiamati a combattere e a vincere uniti a Cristo. Porgere l’altra guancia non significa alzare bandiera bianca. Porgere l’altra guancia vuol dire: prenditi tutto, anche l’altra guancia, a me interessa che il tuo cuore sia di Cristo. Noi cristiani siamo chiamati a vincere il male con il bene. Non a non combattere. La Parola di Dio è una spada affilata, non una storiella della buona notte.

La vita cristiana, in qualunque condizione, è una missione impossibile resa possibile da Cristo, che ha già vinto, ma vuole che ognuno faccia la sua parte. Nessuna serie tv potrà mai essere più avvincente e imprevedibile di una vita cristiana non depotenziata dai cristiani stessi. Gli altri fanno di tutto per renderci la battaglia interessante, siamo noi cristiani che ce la rendiamo noiosissima. Nel tempo abbiamo tolto di mezzo pure i nemici: noi stessi, con la nostra natura ferita dal peccato che però oggi si può curare con un po’ di palestra; il mondo, che oggi ha sempre ragione e bisogna stare al passo con i tempi; il diavolo, che è un’invenzione di qualche monaco medievale o della CIA.

La battaglia, secondo san Paolo, è soprattutto spirituale. Siamo nell’arena con i leoni/demoni senza saperlo. Ci annoiamo. Stiamo lì, prendiamo un gelatino insieme. Una pizzetta. Alla fine i leoni/demoni non ci azzannano nemmeno, non ne vale la pena: senza accorgercene finiamo dalla loro parte. Idem nella battaglia più “umana”, magari pubblica. Per non sembrare violenti ce ne stiamo zitti e assecondiamo tutti. Ma il Cielo è dei violenti. Non dei violenti che menano gli altri, ma dei violenti che fanno violenza su se stessi e si fanno coraggio e combattono con armi lecite il nemico. Con le armi del bene. Della verità. Della bellezza.

Copio qui di seguito una parte di un post di Paolo Palumbo, un ragazzo affetto da SLA che sta passando un periodo particolarmente difficile (preghiamo per lui): Tra esami, visite e riposo (mi sento particolarmente stanco, un po’ in riserva di energie) prego e rifletto a quanto sia fortunato per la possibilità di combattere questa battaglia. Nonostante tutto il dolore SONO VIVO e posso combattere questa guerra.

Impressionante. Un guerriero. Immobile, ma un guerriero. Immaginate quanti ne salva, uno così. Paolo sta incarnando il cristianesimo. Il cristianesimo vero.

Il cristianesimo depotenziato, invece, è la maggiore causa di depressione e uso di droghe e abuso di serie tv e quant’altro (ho la licenza poetica/iperbolica). Se si presentasse il cristianesimo così com’è, il cristianesimo dei santi, le cose andrebbero diversamente. Il cristianesimo è infinite volte più avvincente di qualsiasi videogame o telenovelas venezuelana (di quelle che guarda il mio amico Alex). È una battaglia tremenda ed entusiasmante in cui ognuno ha il suo posto nel campo di battaglia e viene addestrato a combattere. Certo, le nostre armi non sono le armi del mondo. Noi amiamo i nemici, quelli umani, e preghiamo per loro. Noi annunciamo, proclamiamo la Parola. Noi spendiamo la vita per dare gloria a Dio e aiutare gli altri, ognuno nel modo in cui è stato chiamato. Noi, almeno, dovremmo provarci.

by BAT-man, il nostro inviato dalla provincia di Barletta-Andria-Trani, Salvatore Zingaro

In questi giorni da zona rossa stavo guardando WandaVision. È una serie Disney, molto bella, tratta dall’omonimo fumetto Marvel. Narra di una coppia di amanti supereroi, Wanda e Visione, i quali sono intrappolati nella quotidianità che ha tutte le sembianze di un incubo in chiave sitcom.

Wanda è una Avengers stanca del peso che gli comporta essere una paladina della giustizia, così ricrea un mondo tutto suo in cui rifugiarsi e nel quale i vicini di casa sono solo dei figuranti costretti a vivere secondo le sue scelte e i suoi gusti.

In certi momenti difficili un po’ tutti vorremmo fare come Wanda,​ credere a ciò che più ci conviene e costringere gli altri a comportarsi seguendo il nostro copione, trattandoli alla stregua di semplici figuranti, pensando di essere un dio al quale tutti gli altri dovrebbero prostrarsi in ginocchio.

Ma: “L’uomo è alla ricerca di un senso della vita. Che cosa diciamo noi della nostra vita? Che atteggiamento abbiamo di fronte ai fatti o alle persone? L’uomo si scopre schiavo di una società che impone delle lenti che gli fanno vedere il mondo in una data maniera”.

Queste parole sono tratte dal diario di Sandra Sabattini, la “santa fidanzata” volontaria nella comunità della Papa Giovanni XXIII, una vita vissuta non secondo i suoi capricci o per ciò che le era più comodo, ma con la gioia di donarsi, per i più poveri e gli emarginati.

Immaginiamo che tipo di serie potremmo ottenere, invece, se provassimo a raccontare le avventure di chi, proprio come lei, anziché farsi vincere dalla sofferenza o trattare gli altri come burattini, cercasse ispirazione proprio dalla famiglia dei santi della porta accanto, la piccola via per la santità.

“Fraternity-The apostles of the last times”, sarebbe perfetto come titolo. Ogni puntata sarebbe intitolata con il nome del santo del quale tratta la storia. Ogni singolo episodio avrebbe come filo conduttore la chiamata alla santità nella vita quotidiana. La vita di queste persone sarebbe così intrecciata da un’unica chiamata che avviene, per ognuno di loro, attraverso lo sguardo amoroso di Maria.

L’episodio su Sandra si intitolerebbe Sandravision e comincerebbe con lei che all’età di dieci anni inizia a scrivere delle meditazioni sul suo diario personale, trovando in Dio il significato della sua vita. Il suo essere in Dio si fa poi servizio per i poveri, gli emarginati, fino a trovare la comunità di Papa Giovanni XXIII diretta da don Oreste Benzi. Nel frattempo continua tutte le sue attività, ottimi voti a scuola e una particolare predisposizione per l’atletica, in particolar modo per i 100 m, che la porta a partecipare anche a gare di livello nazionale.
Poi l’incontro col suo fidanzato, Guido: lei che gli chiede un passaggio per accompagnarla al mare con una ragazza autistica, lui giù di morale per un esame sbagliato e lei che lo prende in giro al posto di consolarlo.
Per lui il Signore è un Dio da cui stare a distanza, oggetto di angoscia e di ricerca, di riflessione, mentre per lei è un Padre a cui affidarsi nella gioia e lasciarsi abbracciare.
Come prima uscita vanno al cimitero insieme, a pregare per i defunti, qualcosa di abituale per Sandra che l’aiuta a ricordarsi il significato della vita. Poi un giorno lei gli regala un breviario, perché il suo lo legge dappertutto, anche in treno o in autobus, e qualche tempo dopo si arrabbia perché lo vede ancora tutto intonso nelle sue mani. Lui ogni tanto se la prende con lei per tutti gli impegni coi poveri, lei comprende, sorride e non ci fa caso. Poi la possibilità di andare insieme in Africa, in missione, mettendo a frutto i suoi studi in medicina, lo scontro coi genitori che non sono d’accordo, ma lei prepara lo stesso tutte le carte finché il Signore non le prospetta un’altra strada: un’auto ad alta velocità, lei non fa in tempo ad accorgersi cosa sta succedendo, lui non fa in tempo a fermarsi e il corpo di Sandra resta esanime a terra. È il 2 maggio del 1984.
Sembra tutto finito. Il Signore non retribuisce secondo le opere, direbbero gli stolti. Invece, anni dopo, al segretario personale di don Benzi, Stefano, viene diagnosticato un tumore. Un evento inaspettato che scombussola la sua vita, proprio nel momento in cui ha il pensiero di essere immortale e che niente può attaccarlo. Stefano, disperato, chiede l’intercessione a lei, a Sandra, per aiutarlo in quel momento… e Sandra ascolta le sue preghiere, le porta a Dio e il tumore svanisce, e in questo modo, con Dio e in Dio, continua la sua instancabile opera per gli emarginati nella comunità e nel mondo intero.

“Che bello essere nati, vivere, poter vedere tutto quello che mi circonda… la vita è più degna di essere vissuta assieme al Signore… Non è mia questa vita che sta evolvendosi, ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia.​ Non c’è nulla a questo mondo che sia tuo, Sandra, renditene conto!​ È tutto un dono su cui il donatore può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora”.

by Giuseppe Signorin

Il lamento non è un’eresia, è anzi profondamente biblico. Le Scritture abbondano di lamenti: alcuni salmi, Giobbe quando non ne può più, i profeti, esiste addirittura il Libro delle Lamentazioni. Non c’è da preoccuparsi, in particolare se sono lamenti rivolti a Dio: denotano una certa dose di fede. Chi si lamenta con o di qualcuno che non esiste?

Però. Però ci lamentiamo troppo. Ogni cosa che capita, se non è secondo le nostre aspettative, innesca lamenti a raffica. E siccome nulla è secondo le nostre aspettative, è tutto un lamento. Se registrassimo tre minuti di pensieri qualsiasi di una nostra giornata, verrebbe fuori un pezzo di quelli martellanti di Eminem. O di NF, un rapper che piace ad alcuni miei amici adolescenti che non sanno nemmeno chi sia Pippo Baudo (questa cosa che non sanno chi sia Pippo Baudo mi tormenta). Comunque, secondo Google, NF non dice le parolacce perché è cristiano. Rap senza parolacce. Un ossimoro.

Quindi. Quindi, essendo anch’io un rapper lamentoso, nella mia mente, sto cercando di cambiare abitudini. Durante il giorno provo a ringraziare per le cose che capitano, soprattutto quelle che mi vanno meno a genio. Il gatto mi assale e mi morde quando meno me lo aspetto? Ringrazio. Mia moglie mi assale e mi morde quando meno me lo aspetto? Ringrazio. Meglio iniziare dalle cose semplici. Poi, magari, un po’ alla volta, si può passare a livelli più avanzati (tipo quella cosa di Pippo Baudo).

Perché. Perché tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. Perché lamentarsi è umano e addirittura biblico, ma se ci si lamenta e basta non si sta certo meglio. Perché la gioia è una conseguenza della gratitudine. Perché i santi – e penso a Paolo, Francesco, Bernadette, Teresina e tanti altri – ringraziavano per le peggio cose. Perché c’è sempre un motivo per ringraziare Dio, anche se non lo cogliamo. Anche se ci pare assurdo che qualcuno non conosca Pippo Baudo.

Ma. Ma non riuscite a ringraziare Dio in ogni momento? Ottimo. Nemmeno io. Motivo per cui ringraziare. Grazie, Dio, perché non ce la faccio. Non riesco nemmeno a ringraziarti per le cose buone, figuriamoci il resto. Oppure ringraziate, ma ringraziate meccanicamente e non provate alcuna gioia? Ottimo. Nemmeno io. Altro motivo per cui ringraziare. (Ma com’è possibile che qualcuno non sappia chi sia Pippo Baudo?).

Le cattive abitudini non sono facili da estirpare e sostituire, soprattutto quelle più radicate nella natura umana. Natura umana che alcuni pensano sia perfetta così. No, la natura umana è ferita e iper-lamentosa. Non siamo in Paradiso, abbiamo i nostri limiti. E poi esiste tutta una realtà soprannaturale per cui fin dalla Genesi pare ci siano dei guastafeste. Ma noi ringraziamo. Dio permette che siamo assaliti da tutte le parti? Ringraziamo. C’è gente che non sa nemmeno chi sia Pippo Baudo? Ringraziamo. Proviamoci.

Proprio all’inizio di Let You Down, uno dei pezzi (secondo Google) più noti di NF, qualcuno canta (sua sorella? Suo cugina? Sua zia?): All these voices in my head get loud / I wish that I could shut them out – Tutte queste voci che ho in testa stanno urlando / Vorrei poterle zittire. Ognuno di noi ha le voci che urlano in testa come NF e i suoi parenti: iniziamo a ringraziare per queste voci e affidiamole a Dio. Rimangono? Ringraziamo perché rimangono.

Si tratta di piccoli esercizi quotidiani per imparare – nella logica capovolta del Vangelo – a vincere il male con il bene.

by Seba Abasolo, cattolico gelato pizza aspirante cattolico

Sono cattolico e ho sedici anni. Non so se mi posso definire praticante. Ogni tanto vado a Messa (più o meno due volte al mese), cerco di confessarmi il più spesso possibile (quasi mai perché non ne ho voglia e non mi piacciono i preti con i quali mi confesso) e mi faccio spesso il segno della croce prima di mangiare, ma non so che significato possa avere, so solo che è importante. E faccio un po’ di volontariato. Mi definisco cattolico soprattutto perché credo fermamente che Dio esiste, a volte ho fede in Lui e credo che tutto quello che dice è verità. Non sono il modello ideale di cattolico ma secondo me questo è il minimo per potersi definire tale…

I non cattolici mi vedono come uno che va sempre a Messa, che crede di essere il migliore, che si beve tutto quello che gli viene detto da un superiore, che è completamente irrazionale e si crea le regole che vuole interpretando la dottrina cattolica a proprio piacimento per sentirsi giustificato. Non è vero. Sono umano e so di essere umano. Pecco come tutti gli altri (atei e cristiani), trovo la Messa molto noiosa, sono pigro, sono capriccioso e sono curioso, mi piace la filosofia e conoscere il perché delle cose.

Noi cattolici possiamo essere fighi, possiamo essere simpatici, essere cattolici non ci porta impedimenti, anzi. Ad alcuni di noi piace lo sport, ad alcuni la storia, ad alcuni la musica (anche rap con le parolacce 😱), ad alcuni la scienza. Semplicemente è girata questa voce, di un Tizio con la T maiuscola che in realtà sono Tre, Padre, Figlio e Spirito Santo, la Trinità onnipotente che ci può salvare dalla nostra miseria, che non ci lascia mai soli e che ci ama veramente. Ok, in effetti nel contratto che c’hanno fatto firmare c’era una lista con un paio di regole da seguire. Che poi alla fine non segue nessuno e chiudono tutti un occhio. Ma io, anche se a volte non le rispetto, in queste regole ci credo fermamente, come credo in tutto quello che mi dice Dio. Non le vedo come degli ostacoli che mi impediscono il divertimento, che devo accettare e basta. Le vedo come delle istruzioni per ottenere la felicità, semplici come quelle dei Lego: fai questo, questo e questo, e otterrai la gioia vera.

Mi rendo conto che dicendo così la faccio molto semplice ma quello che voglio dire è che noi cattolici non siamo piatti e noiosi perché cattolici. Essere cattolici ci rende felici veramente. È vero che ci sono molte cose che non facciamo e altre che facciamo, ma perché crediamo ci siano cose che sia bene non fare e altre che sia bene fare (questa non sapevo come scriverla meglio di così 😂). È vero che di molte di queste cose non cogliamo per niente il senso, ma non ne abbiamo bisogno perché abbiamo fede, e non ci preoccupa neanche più di tanto la cosa perché nessuno potrà mai cogliere il senso di tutto, in ogni caso, finché Dio non ce lo concederà.

Per concludere, mi pare che giri un pregiudizio su noi cristiani che mi ha sempre dato un po’ fastidio. Ho sempre desiderato dire un po’ tutto questo alle persone che cambiavano volto o atteggiamento quando venivano a sapere della mia fede o a quelli che mi facevano le tipiche domande: “Ma se Dio esiste…” ecc., che poi ci starebbero anche – meglio se poste a qualcuno che ne sa di più di me – se non fosse per il tipico risolino dopo il tipico “non lo so 😅”, come se loro sapessero tutto del loro ateismo.

by Rosa Evangelista, una ragazza di 17 anni che c’ha mandato questo articolo scritto in stile “Mienmiuaif” pubblicato nel blog della sorella Anna – ilblogdiunrabarbaro – e che noi condividiamo stravolentieri

I santi sono pazzi.

Se pensi di essere trasgressivo perché metti il calzino fluorescente o perché usi l’aggettivo “medievale” come se fosse prezzemolo, beh, non lo sei.

Non sarai mai trasgressivo e ribelle come i santi.

Se li togli un attimo dalla posa santino (che fa comodo a molti cattolici) dove i santi appaiono mezzi smorti, i loro cuori selvaggi iniziano a stravolgerti l’esistenza e farti tremare le gambe dalla paura.
Questi ragazzetti sono imprevedibili, liberi, scandalosi, belli. Attraenti più di Derek di Grey’s Anatomy.
Se tu li lasci un po’ fare, ti iniziano a prendere a schiaffi. Prendono a schiaffi il cattolicesimo borghese da “rito vuoto”, la slealtà con cui baratti i tuoi desideri infiniti con robetta da quattro soldi (inseguendo il perché fanno tutti così), il buonismo spiritualoide da cuoricino glitterato. Come se Cristo, duemila anni fa, avesse fondato il Club della Gentilezza, invece di morire in croce per guarirci dal marciume e dallo schifo che ci portiamo dentro.
Ancora non è chiaro? I santi spaccano, sono dei tosti veri!
Io ho diciassette anni e mentre tutto il mondo mi offre “bocconcini Bio senza conservanti con latte da mucche pettinate con cura ogni giorno”, in realtà mi sento una gattaccia affamata di vita, di amore roccioso e cose verespessevive.

Chiara d’Assisi a diciotto anni (ripeto, diciotto) scappò di casa di notte, si fece tagliare i capelli lunghi e setosi da pubblicità Pantene, vendette la dote, tutto mentre il padre la inseguiva dappertutto a cavallo, arrabbiatissimo (chiudi gli occhi per un secondo e immaginati la storia al giorno d’oggi).

Un martire cantava e saltellava mentre andava verso il Colosseo dove i romani, di lì a poco, l’avrebbero fatto sbranare da belve feroci. Ed era felice.

Giovanni Paolo II si ricordava del volto di tutte le persone che incontrava, anche se solo per un secondo.

L’assassino di don Pino Puglisi non riesce a togliersi lo sguardo bruciante di 2P dalla testa e infatti ha cambiato vita. È il brillio degli occhi di un secondo, che fa impressione a un sicario della mafia.

E io dico, chi ha colpito chi? Chi ha vinto? Come fanno sempre a vincere queste donne e uomini?
Quando l’ho scoperto mi è venuta l’orticaria, un fastidio, una paura da cani. Chi c’è sotto?

La verità è che lo sguardo di Cristo ti rimane appiccicato addosso peggio della Vinavil, anche del Super Attak. Lo sai che non è come tutti gli altri. È peggio di quei braccialetti che ti danno ai villaggi vacanze, che non si tolgono manco se ti stacchi la mano.

I santi sono i veri vincenti, e noi gli sfigati della situazione.

E allora ho capito: io non la voglio una felicità piatta. È robaccia. È di una noia mortale. È di una piccolezza insopportabile e logorante. È il peggio del peggio che c’è. È da gentaglia che va al fiume per cambiare l’oro in stagno, come canterebbe De Gregori.
E se dici che a te questo basta, io non ti credo, tanto poi se parte la canzone romantica che dice “io ti amo infinitamente”, alzi il livello dei mari di chilometri per la quantità di lacrime versate.

Io non voglio essere una persona moderna, io voglio essere una persona eterna. Io voglio uno sguardo che cambia il mondo, un cuore così selvaggio, così libero, così bello.

Niente di zuccheroso e mieloso da far venire da vomitare, non un insensato andrà tutto bene, ripetuto fino allo sfinimento.

La santità è roba seria.

San Francesco non era un hippie pacifista senza cervello. Era uno che prima di essere santo voleva fare il cavaliere e che aveva tutto, ma si sentiva vuoto lo stesso.

Se ti autoconvinci che la vita sia tutto qui, mentre il tuo cuore è un disastro, forse manca qualcosa. Leopardi, infatti, non era pessimista, ma solo il più realista di tutti. Perché, o Cristo salva, o non serve. O è niente, o è tutto. Non può essere uno dei tanti gusti che trovi in gelateria.

O Dio è il cono, o è inutile e puoi anche non andarci in chiesa.

“Ma io così…”, “ma no, perché…”. Blablabla. Solo muffa!

Essere santi non è roba da perfezionisti, anzi! I santi sono come quelli che vanno dalla sarta con quattro stracci, e mentre il mondo li assembla e crea un costume da Arlecchino, con quel poco Dio ti fabbrica un vestito da sera strepitoso (magari anche con lo spacco).

E tutti si chiedono: “Ma come ha fatto?!”.

E i santi rispondono: “Boh, glieli ho solo dati tutti!”.

Insomma, per me i santi sono l’hot topic che dovrebbe essere sulla bocca di tutti. Loro ci mostrano, come veri #spiritiguida, quanto spaziale – irripetibile – felice – bella – grande – piena, possa essere la nostra vita.

Perché, in fondo, la nostra patria è la pienezza della vita.

(Per il seguente articolo non è stata maltrattata nessuna sorella)