Carità crudele (e altri appunti)

by Giuseppe Signorin

Qualche appunto leggendo alcune pagine del filosofo franco-tunisino Fabrice Hadjadj, che si è convertito al cattolicesimo nel 1998 di fronte a una statua della Vergine Maria in una chiesa nel centro di Parigi.

1. CARITÀ CRUDELE

Se la modernità ricercava ancora una verità, per quanto ideologica, la postmodernità – l’epoca in cui viviamo – ricerca piuttosto soluzioni tecniche ed è caratterizzata da quello che si potrebbe definire un “culto delle emozioni”. Oggi, più che eresie della verità, ci troviamo di fronte a eresie dell’amore. È l’amore che determina tutto. Ma quale tipo di amore? Un amore emotivo, in nome del quale vengono promossi l’aborto, l’eutanasia, il gender, il consumismo, il transumanismo… Unione di tecnica e sentimentalismo genera mostri contro cui è davvero difficile schierarsi senza risultare “crudeli”. Per esempio l’utero in affitto, per alcuni un gesto di estrema solidarietà, per noi cristiani una pratica oscena in cui si priva a tavolino un bambino della sua mamma. La carità cristiana, quindi, deve fare i conti con l’apparire crudele, in certi casi. Ma d’altronde siamo discepoli di un Dio crocifisso per bestemmia.

2. L’INFERNO È IL LUOGO DELLA TOLLERANZA DIVINA

Dio ci “tollera” a tal punto da lasciarci liberi di andare all’Inferno. Non è Dio che ci manda all’Inferno, siamo noi che decidiamo di andarci. L’Inferno non è un luogo pieno di ingiustizie e malvagità contro degli innocenti, com’è stato, per esempio, Auschwitz. Tragedie come Auschwitz vengono paragonate all’Inferno per le torture indicibili a persone innocenti, ma nell’Inferno reale, secondo la dottrina cattolica, non ci sono vittime e carnefici, ci sono solo “carnefici” che hanno deciso di stare lì. Dio è talmente tollerante nei confronti della nostra libertà da lasciarci scegliere addirittura la meta più terribile: l’Inferno. Che sostanzialmente è un distacco totale da Lui. Dio tenta in tutti i modi possibili e impossibili, immaginabili e inimmaginabili, di farci optare per il Paradiso, ma alla fine lascia a noi la parola.

3. CONGIOIRE

Congioire è un termine inusuale. Il mio file lo segna in rosso e già questo è significativo. Eppure esiste davvero, nonostante non venga utilizzato, e vuol dire “gioire con qualcuno”. Compatire, invece, è un termine più noto, forse perché indica qualcosa di più semplice da mettere in atto. Non che sia facile compatire, provare compassione, ma è senz’altro meno difficile e più comune di congioire. Il motivo? Secondo Hadjadj è l’orgoglio. Chi compatisce, infatti, in qualche modo si “abbassa” al livello di chi soffre o che sta vivendo una situazione di disagio e miseria. Aiutare chi sta peggio e compatire non ostacola più di tanto il nostro orgoglio, anzi. Al limite ostacola il nostro egoismo. Ma ci si può inorgoglire nel compatire gli altri. Mentre gioire insieme a chi è felice è un duro colpo per la nostra invidia e l’invidia è una brutta bestia, una delle peggiori, capace di soffocare la gioia sul nascere.

4. NOI SIAMO UNA MISSIONE

Noi non abbiamo una missione, siamo una missione. La missione non è un optional nella vita di un cristiano. Non è questione di marketing: non dobbiamo aumentare il numero dei cristiani come si aumenta il numero degli apparecchi venduti. È che se hai qualcosa di importante, dentro, la comunichi. La vuoi comunicare. Non riesci a non comunicarla, anche se ti sforzi di non dire niente. Se una persona vive il rapporto con Dio fino in fondo, non riesce a non annunciare. Per questo la missione – che si tratti di un annuncio più o meno diretto a seconda della vocazione e delle chiamate – non può essere un di più, un aspetto fra gli altri da tirare fuori solo in determinate circostanze. No, la missione è un’esigenza del nostro essere in qualsiasi istante. La missione è così radicata in un cristiano da appartenere maggiormente alla sfera dell’essere, che del fare.

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