Papa Francesco, l’ultimo “femminista”

by Serena Di (@radicalchicpentita), la nostra inviata da Boston (di cui è imminente l’uscita del suo primo libro “Confessioni di una Radical Chic pentita”)

Rassegniamoci, l’8 marzo non è più di moda. 

Non era più di moda dieci anni fa, quando i miei colleghi machisti lo definivano «un giorno per vecchie di paese che vanno a mangiare la pizza e guardare lo spogliarello», e incredibilmente non lo era neanche per le mie colleghe femministe che lo liquidavano come «un giorno per vecchie di paese e basta» (ricordiamo che le vecchie di paese tornano di moda secondo il gusto degli stilisti, quando le chiamano “modelle over” e mettono loro in mano una borsa a sei zeri). Le mimose poi guai a chi solo si azzarda a regalarle, non sono più di moda neanche quelle (fiori alle donne, ma siamo matti? Roba da retrogradi, medievali, analfabeti funzionali, Festival di Sanremo). 

Insomma l’8 marzo lentamente scompare, sabotato dalle ottimiste che ripetono che «ormai la festa delle donne è tutti i giorni» e dalle pessimiste che chiosano: «non c’è proprio niente da celebrare».

Delle donne oggi sembra si possa parlare solo attraverso categorie a compartimenti stagni: o super top manager, presidentesse dell’Impero galattico con le tasche imbottite di quote rosa e prime pagine sulle copertine patinate, o povere vittime silenti, tirate spesso in ballo dalle prime per farne la bandiera di questo o quel messaggio politico. E invece queste ultime è sempre bene ricordarle, a prescindere dalle bandiere, dalle ricorrenze, dai ranghi. Dalla Nadia di Rocco e i suoi fratelli (che si chiamava Paola Del Bono, e come Nadia era una prostituta uccisa all’Idroscalo di Milano) alla marchesa Maria Giordani Catalano Gonzaga a Clara Ceccarelli, che meno di un mese fa, e prima di essere accoltellata dall’ex compagno mentre lavorava nel suo negozio a Genova, si era pagata il funerale, prevedendo la sua atroce fine.

Umiliate, picchiate, spesso violentate, ammazzate, dimenticate, la morte le/ci accomuna, non ha rango, né età, né religione. A ricordarlo è stato anche Papa Francesco, nel suo viaggio in Iraq, citando le sofferenze del popolo yazida e soprattutto le sofferenze ma anche la forza delle donne, alla vigilia dell’8 marzo. La loro portavoce è Nadia Murad, Nobel per la Pace nel 2018, prigioniera e vittima delle violenze dell’Isis, che in una lettera aperta, rivolta al Pontefice, ha chiesto di intercedere a tutela delle minoranze, non solo quella cristiana ormai ridotta, in Iraq, da un milione a circa trecentomila fedeli. Le donne yazide sono ora ufficialmente riconosciute come vittime di genocidio da una legge varata dal parlamento iracheno il 6 marzo, e che riguarda: «ogni donna oggetto di rapimento, riduzione in schiavitù sessuale, venduta, separata dai genitori, costretta a cambiare religione, al matrimonio forzato, a gravidanza e aborto forzato, danneggiata fisicamente o mentalmente dal Daesh dal 3 agosto 2014». In molte hanno dato alla luce i figli di quelle violenze, donne, madri che si levano senza rabbia dalla schiavitù e Francesco le ha ringraziate: «Le madri consolano, confortano, danno vita. E vorrei dire grazie di cuore a tutte le madri e le donne di questo Paese, donne coraggiose che continuano a donare vita nonostante i soprusi e le ferite. Che le donne siano rispettate e tutelate! Che vengano loro date attenzione e opportunità!». 

Nella terra martoriata dalla guerra, culla di civiltà, religioni, confessioni, dove la cristianità trae origine dalla predicazione di San Tommaso, l’apostolo scettico che toccò con mano le ferite del Signore, e dove tutti i martiri risplendono insieme, stelle nello stesso cielo, il futuro riparte dalle donne. 

Donne la cui missione viene troppo spesso banalizzata. A tal proposito il Papa aveva già espresso il proprio parere: «Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati!». 

Oggi di questo non si parlerà, si parlerà dell’intervista di Oprah ad Harry e Meghan Markle, dei residui del Festival e qua e là sbucherà sulle bacheche la faccia minacciosa di Rosie the Riveter che ci dice che ce la possiamo fare, come se la vita fosse un’eterna guerra e le donne figurine sbiadite su poster motivazionali. Mio padre mi invierà galantemente la foto del mazzo di mimose che anche a distanza compra per me ogni anno e io e mio marito, che dice che le mimose qui non si trovano facilmente, prenderemo dei fiori per nostra figlia, perché questo 8 marzo e quelli a venire, continui a celebrare le donne, testimoni di una speranza che non muore.

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