I fiori di Sanremo a tutti e Beatrice Venezi

by il nostro inviato da Sanremo Giovanni Biolo, autore del bestseller internazionale “DentoTeologia. Paragoni fra denti e fede

J’accuse…! Iniziava così un celebre editoriale di Émile Zola e quel suo “Io accuso” è diventata una delle formule di denuncia sociale più famose. Ma forse è meglio dire… Je m’accuse! Perché, lo ammetto, mi accuso… ho guardato Sanremo! Ero curioso di scoprire qualche nuova canzone, un po’ indie come piace a me, e poi nel pomeriggio avevo sentito alla radio di una polemica lanciata da alcuni cantanti… perché il mazzo di fiori di Sanremo viene consegnato solo alle donne?

Nell’arco della serata ho cercato conferme e in effetti ho notato che qualche maschietto ha ritirato il mazzo di fiori dicendo: “Questa volta i fiori li prendo io”. Il tutto con una nota di orgoglio polemico e una punta di uguaglianza di genere q.b., quanto basta… come il sale (e stanno veramente pensando di dare il mazzo di fiori a tutti, maschi e femmine).

Mia moglie già dormiva, per cui non avevo nessuno con cui condividere una domanda titanica: “Ma questa è vera uguaglianza?”. Più che altro, cosa avrei fatto io se fossi stato un cantante sul palco di Sanremo?

È partito il film: mi sono visto subito con un abito elegante molto costoso (mia moglie mi ha spiegato che gli abiti a Sanremo te li danno gratis), il microfono in mano, tutto agitato e sudato per avere appena cantato il mio pezzo, e Amadeus che si avvicina e mi consegna un bel mazzo di fiori… allora io, con un accento veneto impossibile da nascondere: “Grazie Ama, bellissimi, questi li do a mia moglie, ma… non hai piuttosto una bottiglia di vino!?!”.

Perché l’idea di regalare qualcosa a tutti i cantanti ci sta, ma ha senso dare i fiori a tutti? È questa la vera “uguaglianza”? O meglio, è si uguaglianza, ma è equità? Cosa cambia? Avete presente la vignetta che circola su internet dei tre bambini di altezza diversa che cercano di guardare la partita di calcio al di là di una staccionata più alta di loro? Uguaglianza è dare a ciascuno la stessa cassa di legno per salirci sopra, ma così il ragazzo più basso non riesce ugualmente a vedere la partita. Equità è quando ciascuno ha la sua cassa di altezza diversa, così tutti e tre raggiungono l’altezza necessaria per superare la staccionata e vedersi la partita.

Perché, ammettiamolo… davvero a tutti gli uomini piace ricevere un mazzo di fiori? Sì, belli, sono i fiori di Sanremo, profumati… ma Sanremo avrà anche qualche vigneto, no? Che ne so… uno che produca un buon bianco, una bollicina.
Fiori alle cantanti donne e vino ai cantanti uomini, questa è la mia formula di equità sanremese! O almeno avere la possibilità di scelta!

“Eccolo il solito alcolista veneto!”, diranno gli astemi. Non preoccupatevi, ho previsto anche questo. Si può scegliere tra la bottiglia di vino o una confezione di ottimo succo di mela bio (tipo quello che produce Stefano, il mio futuro cognato… fine Pubblicità Progresso).

Tornando al Festival, in mezzo al delirio politically correct, ecco apparire un’ospite davvero interessante, una luce di speranza nell’oscurità achillelauresca… Beatrice Venezi, il direttore d’orchestra donna più giovane d’Europa! Talentuosa, bella e brava trentenne lucchese (dicono sia anche cattolica), che corregge così Amadeus, quando la presenta come “direttrice d’orchestra”, forse per continuare a cercare appoggi per la disputa sull’uguaglianza dei generi: “Io sono direttore d’orchestra. La posizione ha un nome preciso e nel mio caso è quello di direttore d’orchestra, non di direttrice. Mi assumo la responsabilità di questa cosa”.

92 minuti di applausi!

Concludo l’articolo come concluderei la mia performance di cantante sanremese: “Prendetemi per pazzo, sì, pazzo per Gesù (cit.), viva Sanremo, viva Dio, uno e trino! Niente fiori, ma opere di vino”

PS: so che molti di voi ora chiederanno a gran voce: “Va bene l’articolo catholically correct, DentoTeologo, ma ora dacci la tua classifica!”.

Eccovi accontentati:

  1. Ovviamente Bugo. Che cuore! Un eroe alla Italo Svevo.
  2. Coma_cose. Troppo belli i giochi di parole.
  3. Colapesce Dimartino. Troppo indie.
  4. Madame. Vicentina.
  5. Max Gazzè. Intramontabile.
  6. Willie Peyote. Bel testo rap.

Il Premio della Critica DentoTeologica: Orietta Berti. Forse l’unica voce propriamente detta. 

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