Tifare Inter come mezzo di santificazione

di Giuseppe Signorin

Zlatan Ibrahimović ha trentanove anni e oltre ad andare al prossimo Sanremo gioca per il Diavolo, il Milan, ma la squadra del suo cuore, da ragazzino, era l’Inter di Ronaldo, il Fenomeno, e questo è ciò che conta. O meglio, il suo idolo era Ronaldo, il Fenomeno, ed erano gli anni in cui giocava nell’Inter, quindi applico una sorta di proprietà transitiva e per me Zlatan Ibrahimović era interista. E c’ha pure giocato, con l’Inter, nei suoi anni migliori.

L’Inter è la squadra dei sogni. E dei cristiani. Quelli veri, intendo.

Per esempio Filippo Neri. Se fosse coetaneo mio e di Zlatan Ibrahimović (io ho un anno in meno di Zlatan Ibrahimović), sicuramente Filippo Neri tiferebbe Inter. L’Inter, infatti, è una squadra che non disdegna di perdere e talvolta in maniera umiliante, oppure se vince soffre moltissimo e fa soffrire i suoi tifosi, e tutto questo non può che aiutare il cammino di santificazione a cui ognuno di noi è chiamato.

Filippo Neri, un giorno, si era fatto rasare a metà la barba, solo da un lato, per essere deriso meglio. Questo dimostra che avrebbe tifato Inter.

E poi ogni tanto l’inter fa i miracoli, come il “Triplete” del 2010: Campionato, Coppa Italia e Champions League in un solo anno. Nessuno in Italia c’è mai riuscito. Miracoli che servono a rafforzare la fede e durano così poco che rendono evidente quanto siano effimeri i trofei in questa vita e quanto grande a confronto è la gloria eterna. 

Le vittorie dell’Inter durano come le stories di Instagram. Dopo si torna a perdere (o a quasi vincere, che forse è peggio). Infatti, José Mourinho, l’allenatore del Triplete, la sera stessa che ha alzato la coppa, ha cambiato squadra, è passato al Real Madrid.

Le stories di Instagram sono una metafora della caducità della vita. Le carichi e ventiquattro ore dopo puff, non ci sono più. Così le vittorie dell’Inter. Però le vittorie dell’Inter, quelle importanti, almeno, non le puoi caricare ogni giorno sul cellulare come le stories di Instagram. Devi aspettare anni. Magari ne vedrai una, o due. Come nel Medioevo, quando chi lavorava alla costruzione di una cattedrale moriva prima di vederla finita. Così il tifoso dell’Inter. 

Tornando a Zlatan Ibrahimović, c’è da dire che il suo essere interista lo ha dimostrato ai massimi livelli paradossalmente proprio nella stagione in cui si è trasferito dall’Inter al Barcellona per vincere la Champions League con Messi, e invece quell’anno l’Inter ha vinto il Triplete eliminando in semifinale il Barcellona. 

Parentesi semi-comprensibile: Zlatan Ibrahimović aveva qualche problemino con i videogiochi. Ha confessato, infatti, nella sua autobiografia: «Quando non facevo le acrobazie con i ragazzini, mi dedicavo ai videogiochi di calcio. Ero capace di giocare dieci ore di fila, e spesso vedevo soluzioni di gioco che poi applicavo nella vita reale». Come a dimostrare la tesi del filosofo transdisciplinare Edgar Morin: «C’è una relazione di osmosi tra il poetico, l’estetico, il ludico». Tutto torna. Per esempio io mi sono messo a giocare a Street Fighter e a Super Mario Kart in una piccola console gialla, ultimamente, per allenare la mia poesia (il che spiega il nuovo progetto su Instagram, “dirTy”@volevo_dirty – di cui dovete subito diventare follower). Ma l’allenamento migliore è sempre tifare Inter. Chi tifa Inter impara a soffrire.

Mio nipote voleva diventare della Juventus perché tutti a scuola lo prendevano in giro per via del suo essere interista (il bullismo degli juventini, di questo non si parla abbastanza). Allora gli ho scritto un messaggio e l’ho convinto a rimanere dell’Inter. E il suo carattere si è rinforzato. Ha iniziato ad amare nella dimensione della croce e a santificarsi. Anche se forse lui non lo sa.

In conclusione: pazza Inter, amala.

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