Il selfie assassino

(Surrealismo, fantascienza, ma soprattutto demenza senile – non si spiegano altrimenti queste storielle dei Mienmiuaif nell’Iperspazio scritte dallo pseudo chitarrista, forse per contrastare le stories della cantante su Instagram)

«Ahhhhh!!!», l’urlo di Munch esce dalla bocca di Anita, mentre una piccola ma terribile gatta bianca, che conosco fin troppo bene, le attacca le caviglie.
«Nuvola! Anche tu qui?!».
«Certo».
«Come sei arrivata?».
«Ero nascosta nella Panda».
Anita si abbassa per coccolarla, come se non fosse appena stata morsa ferocemente. È convinta che sia il suo modo di trasmettere affetto.
Finite le coccole, Nuvola ci fa cenno di seguirla.
«Dove ci porti?».
«In un albergo ideato per far riposare i clienti dell’Iperspazio fra un acquisto e l’altro».
«E tu come lo sai?».
«Sono un gatto femmina, so tutto».
Riprendiamo il cammino, circondati da negozi specializzati in ogni cosa. Immaginatevi se tutte le diavolerie che si trovano da Tiger (Flying Tiger, o come si chiama, un incubo insomma) avessero il loro megastore.
L’albergo è vicino, tutto rosa, con scritto: «LA RAGIONE È FEMMINA».
Nuvola entra e saluta i presenti, poi ci conduce in una camera. Appoggio a terra le confezioni di acqua comprate nell’episodio precedente e mi stendo a letto, esausto. Cerco di non pensare a niente. Anita si sistema accanto a me.

«Ahhhhh!!!», l’urlo di Munch esce dalla mia bocca, prima ancora di riuscire a chiudere gli occhi.
Siamo sul soffitto. C’è un cellulare volante, grande almeno quanto noi, impostato sulla fotocamera. Ci fissa come se fosse umano e ci fa uno scatto dietro l’altro. Dei selfie, anche se tecnicamente non sono dei selfie: perché si possa parlare di selfie, infatti, bisogna farsi le foto da sé. Eppure la mia sensazione è la medesima di quando Anita mi stressa per farci dei selfie e mi sento succhiare l’anima. Lei invece è divertita, si mette di continuo in posa.
Mi alzo come un felino (percezione personale, forse non realistica) e mi sposto dal letto. Il cellulare lascia perdere Anita e riprende solo me.
«Cosa vuoi?».
«Sono il tuo selfie assassino».
«Ma tu non sei un selfie. Se fossi un selfie, sarei io a scattare e a fare l’inquadratura».
«Infatti sei tu».
«Non sto facendo nulla, io».
«Tu pensi sempre ai selfie. Disprezzi tua moglie perché ne fa un sacco, ma solo per invidia perché lei sa farli bene, tu invece no e vieni malissimo. Ma il tuo sogno è fare selfie in continuazione».
«Non scherziamo».
«Io sono te. Realizzo i tuoi desideri».
«Non è possibile, io detesto i selfie!».
«Tu sei un superbo, ti credi chissà chi. Invece sei un saputello. Uno sbarbatello con la barba da hipster. Ma ricordati che gli ultimi saranno i primi, i pubblicani e le prostitute ti passeranno davanti nel regno di Dio e il primo a entrare in Paradiso è stato un ladrone. Tu non hai capito niente, invece di prendertela con una donna, pensa a quante schifezze c’hai nel cuore. Sei un rancoroso e te la prendi con la donna che Dio ha messo al tuo fianco. La donna è l’unica creatura, insieme al Papa, a godere dell’infallibilità. Il Papa solo ex cathedra, fra l’altro. Vergognati a contraddire una donna! Tanto più tua moglie! Anita fa i selfie meglio di te e tu questo non lo vuoi accettare!».
Il mega cellulare c’è andato giù leggero… Sono stordito, come se avessi preso un pugno sul muso.
Noto però qualcosa che mi fa riflettere: le foto vengono sfocate, esattamente come quelle che farei io. Ho infatti un talento soprannaturale in questo, riesco a sfocare e far sembrare in movimento anche delle nature morte. Mentre rifletto, mi scappa di assumere una specie di posa per venire meglio… Sorrido sgraziatamente. È più forte di me. Capisco che il selfie ha ragione. Sono io. Sono io quello che sta scattando le foto.
Svengo.

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