Libertà? Qualcuno devi servire: o Dio o il diavolo

Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

La libertà è una cosa più complicata dei “diritti”, la libertà è una forma di disciplina. C’è un aneddoto che mi è sempre piaciuto: ti prendo, ti butto in mezzo al deserto e ti dico “vai, sei libero”. Tu non sei libero, anche se in apparenza lo sei. Per essere libero dovresti conosce le oasi più vicine, sapere dove andare, saperti orientare. Oggi l’uomo è disorientato. Ma questo disorientamento lo chiama “libertà”.

Parole che giravano su Facebook negli ultimi giorni, amore mio. Di Giovanni Lindo Ferretti. Il “padre” del punk italiano, come viene definito. E quindi anche un po’ nostro, che siamo la prima punk band a non fare musica punk. Suona un po’ gender, detta così, e in effetti è una presa per i fondelli, ma il dramma è che oggi molti ci credono, quando parlano di cose assurde, non vere. Quando blaterano di libertà senza accorgersi che siamo schiavi di tutto: soldi, cellulare, mode, sesso, Amici di Maria De Filippi, i programmi di Barbara D’Urso, le riflessioni di Roberto Saviano. Come cantava Bob Dylan, qualcuno devi servire: o Dio o il diavolo. O sei libero da Dio e servi il diavolo, o sei libero dal diavolo e servi Dio. Non siamo liberi in assoluto. Siamo liberi da qualcuno. E se sei libero dal diavolo, lo sei anche da te stesso, perché il diavolo ti imprigiona, ti incatena ai tuoi capricci e alla tue manie senza che neanche te ne accorgi. L’ho presa leggera, vero, mogliettina? Sarà la ‘nduja che mi hanno fatto assaggiare gli amici di Cosenza. O meglio, il micro grammo che grazie a Dio mi hai permesso di assaggiare tu, conoscendo bene la mia incapacità di dominare la forchetta. Però un micro grammo di ‘nduja con due chili di pane per smorzarne il gusto infuocato, l’ho mandato giù. Ed è bastato. Ho chiesto che ingredienti ci fossero. “La Calabria”, mi hanno risposto. In effetti un po’ di Calabria mi è rimasta dentro, come l’esperienza mistica e irripetibile di dormire a pochi metri dalla celletta di sant’Umile da Bisignano, un genio religioso francescano a cui il ministro provinciale, un giorno, per metterne alla prova l’obbedienza, aveva chiesto di questuare denaro – cosa contraria alla Regola (i frati potevano chiedere ciò di cui avevano bisogno, non soldi però). Umile che fa? Disobbedisce al superiore o trasgredisce la Regola? Umile va a chiedere dei soldi a un povero per strada, il quale ovviamente non ha nulla da dargli. Missione compiuta. Scacco matto evangelico. Così almeno ci hanno raccontato Pietro e Filomena (un altro pazzo duo con l’anello), che prima di sposarsi, per liberarsi dal diavolo, avevano deciso di condividere il centro di Roma con i barboni, per un certo periodo. Con un atteggiamento di preghiera e carità, però, perché il loro desiderio era di servire Dio anche in quel contesto così estremo. Tu, invece, amore mio, servi Dio sopportandomi ogni santo giorno. Contesto estremo pure questo. Però libero: siamo legati, ma in maniera libera, per servire Dio attraverso il nostro legame indissolubile. Una libertà diversa da quella liquida, disorientata, senza verità, quel “fai come ti senti” che fa tanto 2018 e non Medioevo. Oggi siamo iperconnessi, ma soli, in un deserto di cui non sappiamo nulla, riprendendo l’immagine di Giovanni Lindo Ferretti. Che Dio ci doni Sapienza come se non ci fosse un domani, amore mio, e interrompa il segnale quando vanno in onda Maria De Filippi, Barbara D’Urso e Roberto Saviano. Preghiamo perché Dio entri nelle loro menti, o la loro visione del mondo smetta di entrare nelle menti di milioni di italiani. Ti amo.

 

Se ti è piaciuta la lettera e sei interessato al “prequel”: Lettere a una moglie #1 😎

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