Campagna di sensibilizzazione per un anfratto del bagno

di Marcella Manghi (prossima autrice UOMOVIVO con il suo – ancora per poco – inedito “Mamma Mongolfiera”

In questi tempi di campagna, ho deciso di far partire anch’io la mia. È una campagna di sensibilizzazione a favore d’un anfratto del bagno di casa. Tutti pensano a salvaguardare dall’inquinamento laghetti di montagna chissà dove, nessuno pensa al box doccia due porte più in là. Ho fatto un esperimento: per un mese non ho buttato i barattoli finiti di shampoo e bagnoschiuma. Oggi nell’angolo languono cinque flaconi vuoti, a terra come birilli. Nessuno che si lavi, si accorga della plasticaccia vuota e se ne sbarazzi. Ho trascinato un figlio in bagno: “Quando pranzi e finisci la scatoletta di tonno, poi la butti. Qui è lo stesso”. Lui ha guardato giù con sprezzo i barattoli defunti. “Ma quelli non puzzano di pesce morto”, mi ha risposto. Ho convocato una sorella: “Sono …sporchi. Non saprei dove buttarli”. Ora, sembra una scusa. Ma dove li seppellisci? Plastica o generico? Il giorno che verrà creata la raccolta differenziata del pvc imbrattato sarà un passo avanti per l’umanità. Restava una figlia. “Non ne ho mai finito uno”. Qui c’è un tema di identità. Vuol passar per la generosa che lascia l’ultima goccia di glicerina al prossimo. Tipo fondo di barolo del ’64. Non vorrebbe mai trovarsi nella posizione di dover risponder IO alla domanda: “Chi ha finito lo shampoo lisciante-setificante-arricchito di microgranuli d’oro?” Da ultimo, il marito. Mi ha spiegato che assolutamente NO, non è pigrizia (l’accusa più brutale l’ho lanciata al più forte) ma innanzitutto è un tema di filosofia: “Non sai chi verrà dopo di te. Devi tener conto degli altri. E il box doccia è terra di tutti e di nessuno. Come la strada, la città, lo stato, la repubblica…”. Ho aperto l’acqua calda del soffione e l’ho cacciato. Ma solo dopo avergli porto i contenitori vuoti e umidicci. Obolo mensile per la democrazia ed esempio per tutti. In fondo, care elettrici, noi siamo come questi barattoletti di plastica. Con un gran bisogno d’essere notate. se non altro, per quel nostro lavoraccio invisibile e quotidiano.

 

Articolo già uscito su Italians (Corriere)

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