Elia, dal fuoco al sussurro

di fra Iacopo Iadarola

Risaliamo alle origini di una famiglia religiosa ben precisa, che ha donato alla Chiesa moltissimi santi: i carmelitani. È stata fondata tremila anni fa da un colosso di santità, il santo profeta Elia che viveva sul monte Carmelo e il cui spirito ancora oggi soffia nella Chiesa. Pensate che i contemporanei di Gesù ipotizzavano che Gesù stesso fosse una specie di reincarnazione di Elia, tanta era la fama di questo profeta di essere un vero uomo di Dio. Ma la reincarnazione era un’idea sbagliata, allora come oggi. Ognuno è unico e irripetibile, con la sua anima e con il suo corpo (per questo la Chiesa insiste tanto sulla santità del corpo e sul rispetto che dobbiamo avere per esso, chiusa la parentesi). Vediamo allora per brevissimi cenni la storia di Sant’Elia, unica e irripetibile, ma che dopo tremila anni continua ad affascinare e dire qualcosa anche alle nostre, di storie.

Dicevamo, quindi, più o meno mille anni prima di Cristo. Siamo nel nord di Israele, che in quel momento se la passava bene. Si sguazzava nel lusso anche se, allora come oggi, questo lusso era accompagnato da una grande confusione spirituale. Il Dio di Israele, Yahvé, il Dio che aveva appena liberato quel popolo dalle grinfie del Faraone verso la Terra promessa, ora era quasi dimenticato. Il re d’Israele, Acab, aveva fatto importare un dio straniero, Baal, che sembrava molto più alla moda, user-friendly, era più terra terra, prometteva soldi e benessere senza tante storie. Non era un Dio, come il Dio di Israele, che diceva “Non di solo pane vive l’uomo!”; non era un Dio che ti dice che c’è qualcosa di più importante di quello che ti riempie la pancia e ti stordisce la testa. Era il dio degli idoli, era un idolo esso stesso, era il dio uno e quattrino che ti dice: la felicità? Si può comprare. La felicità è un oggetto, una cosa che puoi tenere in tasca. Basta che mi adori. E che ti fai comprare e diventi una cosa pure tu. “Gloria a tutto ciò che brilla”: uno degli slogan della Dark Polo Gang andrebbe benissimo per descrivere la spiritualità dei sacerdoti di Baal.

Yahvé era sdegnato di tutto questo. Per questo “suscitò Elia come un fuoco”. Riempì quest’uomo del suo spirito, e lo mandò a rimettere le cose a posto, un uomo solo contro una nazione. Bisognava andare molto controcorrente per compiere questa missione suicida. Anzitutto, contro quella società di ricchi gaudenti, Elia scelse l’essenziale. Vestiva di qualche pelle, i capelli lunghi e disordinati. Viveva in luoghi deserti e solitari, per ricordare agli israeliti quel deserto per cui li aveva fatti passare Yahvé quando li aveva liberati dall’Egitto. Andò dal re Acab e lo prese per il bavero: era un corrotto e stava corrompendo il suo popolo coi suoi falsi dei. Come pensate che la prese? Elia dovette emigrare addirittura in Siria per fuggire alla guerra che Acab gli dichiarò. Lì fu accolto come clandestino da una vedova che per fortuna non era contraria all’immigrazione (Gesù, anch’egli immigrato in Egitto da bambino perché perseguitato da Erode, ricorderà questo episodio di Elia nella sua predicazione. E quanti profughi scappano oggi dai loro paesi per fuggire guerre e persecuzioni? Chiusa parentesi). Ma dopo tre anni, in cui Elia ripaga l’accoglienza della vedova salvandola da una carestia e guarendo il figlio, torna in Israele. Propone ad Acab una sfida per vedere chi è il vero Dio, se Baal o Yahvé.

Luogo scelto: il monte Carmelo, il monte dove Elia dimorava, il monte esattamente a metà strada fra l’Israele di Yahvé e la Fenicia, terra pagana da cui veniva Baal. La prova: far scendere fuoco dal cielo per far bruciare un sacrificio. I sacerdoti di Baal provano e riprovano tutto il giorno, mentre Elia li prende in giro: “Urlate più forte, forse il vostro Dio si è addormentato e non vi sente!”. Solo quando è la volta di Elia, invocato il vero Dio, il fuoco scende dal cielo e brucia tutto quello che c’è da bruciare: sacrificio pietra legname e persino l’acqua che sopra vi era stata versata.
Fu una vittoria fenomenale. I profeti di Baal fecero una brutta fine, linciati dal popolo che ora riconosceva di essere stato traviato, e che Dio era solo Yahvé. In più scese una pioggia abbondante, a concludere una siccità tremenda che da tre anni stava affliggendo duramente il popolo di Israele.

Lieto fine da storiella fantasy? No.
La moglie di Acab, Gezabele – lei aveva convinto il marito a far adorare il suo dio Baal in Israele – andò su tutte le furie. Mandò a dire a Elia che lo avrebbe ammazzato nel giro di 24 ore, e sguinzagliò i suoi sicari. Elia dovette di nuovo fuggire, e si ritirò nel deserto.

Qui viene la parte della storia di Elia che mi piace di più. Era al colmo del successo, aveva sconfitto Baal e i suoi, da solo aveva svergognato il re, si era fatto bello a tutti gli occhi del popolo… e ora? In brevissimo tempo la sua situazione si era capovolta: si ritrovava solo, braccato, fuggiasco.
Non ce la fece. Si esaurì. Gettò la spugna. Andò sotto un cespuglio e disse a Dio: “Prendi la mia vita Signore, non sono migliore dei miei padri”. Fu allora che successe la cosa più incredibile dell’epopea di Elia. L’incontro con Dio, in persona.

Tramite un angelo, Yahvé gli diede appuntamento sul monte Sinai.
Là dove già si era rivelato a Mosè, là dove era cominciata l’alleanza con Israele. Ricominciamo da capo.
“Entra in una caverna” gli disse, e poi il Signore passò.
Ci fu un vento forte da spaccare le montagne, ma il Signore non era in quel vento.
Ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto.
Ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco.
Poi infine ci fu “il sussurro di una brezza sottile”. Così dice la Bibbia. Allora Elia sentì Dio.

In quel sussurro sentì che il Signore lo incoraggiava ad andare avanti. Tutto si sarebbe messo a posto, Acab e Gezabele sarebbero morti vittime della loro stessa malvagità, Baal sarebbe stato dimenticato ed Elia sarebbe stato assunto in Paradiso con tutti gli onori. Non doveva perdere la speranza, tutto era nelle mani di Dio, se anche lui ci credeva…

E tu che leggi, ci credi? A volte bisogna toccare il fondo come Elia per crederlo. È nel momento più buio che splende la luce. È quando ogni nostra speranza sembra persa che rifulge la Sua speranza, che rivoluziona tutto. Perché c’è sempre un Baal che rifà capolino dentro di noi e ci dice che dio siamo noi, che la felicità ce la facciamo noi coi nostri piani, con le nostre cose, secondo le nostre previsioni… In questi casi dobbiamo mollare la presa, come Elia, dobbiamo smetterla di pensare che l’universo ruoti intorno a noi e, semplicemente, chiedere aiuto. Che non sarà nel vento, non sarà nel terremoto, non sarà nel fuoco.

Mettiti un attimo in silenzio, spegni tutto, e ascoltalo quel sussurro che continua a parlare ancora oggi, proprio a te…

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