Insegnami la sofferenza

Un bellissimo articolo di Giulia Bovassi uscito sul suo blog Kairos

 

Gli effetti esteriori della vera sventura sono quasi sempre cattivi e quando li si vuol dissimulare, si mente. Ma è proprio nella sventura che risplende la misericordia di Dio; nel profondo, nel centro della sua inconsolabile amarezza. Se perseverando nell’amore si cade fino al punto in cui l’anima non può più trattenere il grido: «Mio Dio, per­ché mi hai abbandonato?», se si rimane in quel punto senza cessare di amare, si finisce col toccare qualcosa che non è più la sventura, che non è la gioia, ma è l’essenza centrale, essenziale, pura, non sensibile, comune alla gioia e alla sofferenza, cioè l’amore stesso di Dio.
Simone Weil

 

Quante cose possono accadere in sessanti minuti? Ero a Messa, nel solito paesino accanto al mio, dove amo andare sentendomi in pace quando sosto tra i banchi e molto ricca una volta vicina all’uscita. Generalmente si incrociano gli stessi volti, che è poi il bello dell’intimità, quello di arrivare da due strade ad un unico arrivo. I punti di contatto, quei frammenti di interazione spiccia abbandonati a stantie cadenze di rapporti antiquati! Quindi ero seduta nel posto accanto alla mia vita, la parte che ero ben disposta a consegnare per concludere e iniziare di nuovo una nuova settimana, diciamo pure che ero lì, come ogni uomo, a cercare la consolazione di Dio alle mie preoccupazioni. Entra una coppia, marito e moglie, sui cinquanta circa. Lui aiuta lei a camminare con molta pazienza; lei coperta da un abito lungo, leggero, chiaro come la sua pelle e un cappello bianco in testa, che ne nasconde la rasatura, lentamente si aggrappa al banco. Lentamente giunge alla sua devozione: si inginocchia, a capo chino sorride, saluta e loda. Il suo corpo debole prega con lei. Davanti un uomo/ragazzo, con evidente disabilità. Lui è una presenza certa: tutti noi lo notiamo perché, tra i fedeli domenicali, insegna a tutti la spontaneità, l’impossibilità di essere differente da sé. E’ il più genuino, il più umile. La donna batte sulla spalla del ragazzo, ne nasce un sorriso fraterno. Si salutano e in qualche modo creano per noi un punto di contatto estraneo. Io ero sempre ferma al mio posto, ma il volume della mia vita, seduta poco distante, gradualmente più leggero. Osservando l’umiltà di una donna, presente per amore nella sofferenza del suo peso, ha tolto al mio macigno l’immobilità dandomi la forza interiore per spostarlo dal timore alla speranza. Vedendo la percorribilità della sua salita, ho appianato la mia scalata. Ecco perché esiste il sofferente: per insegnare ad assistere se stessi senza disperare. L’angoscia è zuccherina, serve a ingoiare le fatiche, a camuffare il sacrificio in un male in sé, nasconde il bene che l’uomo intravvede appena. Quando siamo esterni alla prova, compatiamo; quando la prova è in noi urliamo a Dio dov’era quando versavamo lacrime. Eppure nasciamo dalle fatiche di una madre, il nostro debutto nella vita passa mediante i pugni di una partoriente, che geme con un dovere gratuito, sciolto, libero.
Due casi, una donna e un uomo con deficit evidenti. Per noi sarebbero due inutilità eliminabili, gravose, ma senza quel quadro d’umanità chi avrebbe tamponato le mie ferite? Gli “imperfetti” socialmente sfrattati dal centro alla periferia dello stimabile, sono la nostra sfida al coraggio di essere piccoli.

L’amore-nonostante- tutto, diversamente dall’amore-perché-tutto, chi se non una voce creata potrebbe dirlo verso il suo Progettista? Loro servono a ricordare a noi, giganti del benessere cronico, che cadere non è l’ultima mossa, si può chiedere aiuto.

Quanta devozione dentro un limite. Con loro, mediante la loro libertà, risaliamo in superficie. Questa mattina all’ingresso della Chiesa ho portato la mia croce; questa mattina all’uscita dalla Chiesa ho abbracciato la mia croce: in un’ora due estranei, bisognosi e per questo vivi, mi hanno ricordato la bellezza. Una società che sopprime l’errore, ha automaticamente scelto di non voler essere salvata.

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