Piccolo Charlie, sei un miracolo

Sul piccolo Charlie Gard e gli ultimi avvenimenti ci sentiamo di riportare poche cose, solo due brevi e bellissimi interventi delle amiche Costanza Miriano e Rachele Bruschi pubblicati sulle loro pagine Facebook. Parole di mamme, di cattoliche, di donne intelligenti. Parole scritte con la mente e con il cuore.

Non facciamoci spaventare da questa cultura di morte camuffata da pietà (il diavolo in maschera). Non avrà l’ultima parola. Noi abbiamo il compito di pregare tanto e agire come possiamo per arginarla e sconfiggerla. Noi crediamo nei miracoli, nei tantissimi che sono già capitati in questa vicenda, nei tanti altri che capiteranno. Alcuni li abbiamo visti e li vedremo, altri no. Alcuni sono più eclatanti, altri invisibili. Questi ultimi sono i più importanti e li scopriremo di là. Continuiamo a pregare, agire e sperare, sperare anche contro ogni speranza. Poi farà Dio. Ma già solo il fatto di esistere è un miracolo.

Piccolo Charlie, sei un miracolo.

 

 

In tutta la mobilitazione per Charlie, come anche per il Family Day, non conta solo il risultato concreto: certo, non abbiamo fermato la gloriosa macchina dei “diritti” – in questo caso il diritto di togliere un bambino ai genitori perché dei medici decidano quando vale la pena vivere, quando no – ma almeno l’abbiamo rallentata, abbiamo aiutato i genitori a far conoscere al mondo un’azione che sarebbe avvenuta nel clima sterile e silenzioso di una stanza di ospedale. Grazie al fiume di voci e di preghiere il Papa ha parlato. Trump si è mosso. Il mondo si è mobilitato. 
Ma anche qui, come per il Family Day, non conta vincere secondo il mondo (benché abbiamo cambiato qualcosa anche lì). 
Quello che conta è che un popolo si è alzato in piedi unito. Siamo tanti, tantissimi. La nostra vittoria è cercare di affermare il bene, e i risultati non si misurano con metri umani. Sennò dovremmo dire che anche a Gesù non è andata benissimo. E’ morto davanti a tutti, non si è alzato dalla croce facendo gesti trionfali, è apparso, col suo corpo risorto, alla mamma, a una prostituta, un’ex indemoniata e a dei pescatori fifoni. Insomma, apparentemente un disastro. Lasciamo fare a lui anche questa volta. Consegniamo a lui il nostro lavoro perché venga il suo regno.

Costanza Miriano

 

 

Come mi urtano i criticoni dei genitori di Charlie. Fanno passare la loro battaglia per Charlie come la lotta del diritto alla vita. Come impersonale vicenda e occasione di contesa tra prolife e prochoice. Come stendardo issato a capo di una moltitudine di movimenti, più che giusti, e di schieramenti. No questo spetta a noi, questo tipo di lotta solo noi possiamo condurla.
Sono i genitori di Charlie, a loro dei diritti, delle battaglie ideologiche, doverose per noi, non può interessare. Per loro Charlie non è il “pretesto” per smascherare una burocrazia mortifera. Charlie è loro sangue, ha abitato la loro carne, è il figlio sofferente cui spetta tutta l’attenzione e il calore di una mamma e di un papà, ai quali hanno rubato tempo prezioso, momenti forse ultimi, momenti di pace e preghiera per concentrarsi negli ultimi riti, cambiare la tutina, passare un panno profumato sulla pelle di Charlie, accarezzarlo, parlare al suo orecchio. Hanno combattuto con tutte le loro forze e ormai la vita del piccoletto è nelle mani di Dio, Lui può.
Fare a braccio di ferro con la morte, un pugno possente e velenoso, sfianca e ti atterra.
Facile per noi giudicare e dire “io avrei fatto così..”. Ed è vero, anche io avrei agito diversamente, lo avrei portato via e avrei urlato fino a consumarmi le corde vocali che, no, la morte non è nel migliore interesse di mio figlio. Ma se provo solo a immedesimarmi ho un mancamento. Nessuno può immedesimarsi. Noi possiamo sostenerli, pregare, gridare al posto loro ormai sfiniti da una bomba mediatica esplosa nel momento più difficile e doloroso della loro vita, dove la debolezza DEVE far capolino o non sarebbero umani.
Teniamole per noi le critiche. Noi non sappiamo.
Sappiamo però che verrà eseguita un’eutanasia se verrà staccata la ventilazione a Charlie, allora chiediamo che respiri.

Rachele Bruschi

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