Metafisica del ferro da stiro

“Altrimenti ci arrabbiamo” di Francesco e Rachele

Perché anche nelle semplici faccende domestiche si incontra una trascendenza metafisica. Stirando una camicia, ad esempio, si ha come un’appercezione del senso del servizio. Una tenerezza che invade il cuore, mentre il ferro caldo insieme al vapore ammorbidiscono e stendono quelle pieghe impresse nel tessuto, fino a farlo esplodere di commozione. Quella camicia indossata dal proprio uomo nella quotidianità di un lavoro magari stressante, che accarezza quella carne, che si fonde con la mia nell’incontro, quella carne che genera, che fatica, che è servizio, mi viene consegnata ed io non posso fare altro che occuparmene con orgoglio.

Come si può non scorgere un senso di infinito nel servizio alla persona amata? Come si può intravedere sottomissione – nel senso più negativo del termine – al brutale? 
Quanta dolcezza, invece, attraversa il nostro cuore femminile quando scegliamo di essere mogli e madri, quando cioè scegliamo ciò per il quale siamo state da sempre pensate: amare, accogliere, portare in grembo un essere libero, un totalmente altro da noi, che non è il prolungamento del nostro utero, non un capriccio ottenuto, un forte desiderio palesato, ma servizio nella natura più intima alla quale siamo profondamente e tutte incarnate.

Scoprire che nell’abitudine di una tavola da stiro, in una banale camicia, ad ogni piega lisciata, si nasconde un amore, una carezza sulle brutture dell’altro, quel focolare acceso di cui l’uomo ha bisogno, quel Fuoco sempre vivo e sempre nuovo, inestinguibile, che arde di gratitudine.

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