Ma di tutte più grande è la carità

(articolo di Giulia Bovassi uscito sul suo blog Kairos)

Nessuno è così povero da non aver nulla da dare; nessuno è così ricco da non aver nulla da ricevere! La carità ci salva dall’indifferenza e dall’abbandono, restituendo alla compassione la sua identità, che non è quella di dare la morte a chi si sente morto, ma dare la vita a chi pensa di averla già vissuta.

Nel caldo dibattito su eutanasia, suicidio assistito e biotestamento, come veicolo di legittimazione per richieste autodeterminate, si dimentica spesso che approvare l’uccisione o il suicidio di qualcuno è una pietà falsificata poiché non guarda o ha smesso di vedere il grido d’aiuto nudo e crudo della sofferenza: amami (e dimmi che posso amarmi) così come sono! Scordiamo altrettanto frequentemente che laddove la percezione soggettiva di un dolore irreparabile, fisico o psichico che sia, trova concessione nell’eliminazione, più che del dolore, del paziente, il giudizio esterno chiamato ad agire (o soccombere) per soddisfare non terapie ma desideri, e quello interno del diretto interessato, si rifanno a una categorizzazione del loro valore. Misurazioni qualitative fanno di quella presenza un vuoto silenzio, un anonimo non senso. I Paesi che hanno deformato il principio di inviolabilità della vita umana e maciullato la sua preziosità incondizionata in brandelli di dignità attribuita e non esclusivamente ri-conosciuta, oggi devono fare i conti con una società povera di persone disabili perché abortite preventivamente, povera di anziani settantenni in salute ai quali viene consigliato il “kit dell’eutanasia” promosso con messaggi di inefficienza e inutilità sociale di una vita (la loro) ormai vissuta e giunta a un tempo propizio per lasciare alla comunità un posto caldo da far occupare a qualcuno la cui vita sarà conveniente. QDV (qualità della vita) è una sigla di morte, sotto di essa ogni vita può trovare due binari e un treno pronto a travolgerla perché qualsiasi criterio sarà sempre prima di tutto individuale e nell’esserlo potrà dirsi sufficiente per neutralizzare tutto ciò che è in tutto ciò che non sente più di essere. L’articolo qui sotto è la sconfitta di una mentalità anti-umana e contraria a qualsivoglia principio di carità e uguaglianza. Quanti di noi hanno il coraggio di imporre la violenza di un abbraccio assoluto, senza aspettative alcune, per dire a estranei “io ti conosco nell’uguale dignità di uomo che tu hai come io ho. Io ti conosco e so che sei più di ciò che ti affligge. Io ti conosco e so che hai il diritto di essere amato, prima di essere abbandonato, prima di essere soppresso. Io so che tu vali così come sei. Io so che tu vali sempre, a prescindere”. Pubblico la testimonianza di queste due persone per dire a me, a voi, a noi, che l’unico modo per uscire dalla prigione qualitativa, è cercare e fissare il senso del vivere prima di ogni “come”.

« Se continuassimo a pensare che i soggetti umani valgono l’uno come l’altro e l’uno accanto all’altro non più dell’aria che respirano o del cibo che consumano e delle medicine che richiedono, nessuno troverà tremendamente bello, rischioso e di infinito valore vivere o dedicarsi agli altri. La noia sartriana sarebbe il sapore nichilistico dell’esistenza e l’inferno sarebbe il prossimo per il suo vicino di casa. »

Buona lettura! (a questo link)

 

 

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