Averne memoria per averne conoscenza

(articolo di Giulia Bovassi uscito su Kairos)

Mi piace pensare che, come ogni anno, questo giorno della memoria venga nominato, citato, discusso, perché effettivamente se ne ha ricordo. Se aver memoria si riduce all’obbligo di non poter ignorare, che sia politico, sociale o morale, e se quell’obbligo non ha spessore, se quell’obbligo non ha da dirci qualcosa, a che serve ricordare? Le rimembranze hanno la peculiare caratteristica di connettere passato-presente-futuro e fermare la storicità viziosa della ripetitività dandoci l’opportunità di ragionare su quel che pensiamo di aver bollato in una categorizzazione assodata.

Questa data segna un grosso errore che non è capitato per caso, ma è accaduto per preciso volere di un’ideologia seduttrice: questa ha persuaso la presunzione e la bramosia di dominio, tipicamente umana, esasperandola e accecandola. I sui adepti imbevuti di potere smisero di nominare uomini i loro destinatari e, come presi da una morbosa allucinazione, iniziarono a togliere loro ogni personalizzazione neutralizzandoli, plasmandoli, dominandoli e vanificando i tratti fisiologici della loro unicità. Divenuti oggetti e numeri privati della loro storia, rimanevano corpi silenti. La nudità serviva per soffocare il dubbio, per non destare sospetto di essere di fronte a qualcosa d’altro che non banali sagome. I carnefici avevano bisogno di pensare che quei corpi fossero solo involucri insapori, il loro presenziare pervasivo, quell’esser-ci essenziale nel mondo entrò nella mente dei “normali” come un impalpabile nulla che per quanto polverizzato a dimensioni indicibilmente minime, continuava a ostacolare la perfezione. Successe che determinati uomini decretarono culturalmente inappropriati precisi caratteri non adatti a concorrere per la venuta del superuomo: la perfettibilità si pose come un traguardo imminente, non l’inganno preferito degli esseri senzienti. Costituita come possibile allora, doveva diventarlo senza difetti. Morte, malattia, sofferenza, disabilità sono da sempre nemici giurati di uomini che non sento la sufficienza della propria naturale costituzione, ma combatterli tentando di annientarne la sostanza può trovare sollievo nel senso-fine ultimo dal quale la vulnerabilità si abilita per nutrire quella sazietà di accettazione; soffocarli cancellandone tracce umane in un mondo altrettanto contingente, finisce per dividere questa stessa moltitudine di persone in individui parcellizzati e soli, alcuni degni e altri no, alcuni mortali e altri divini, secondo parametri posti da intelligenze fugaci, esistenze momentanee. Qui l’uomo ha tradito e non cercato la sua grandezza, smettendo di allacciarsi ai suoi limiti e di averne riverenza, perché non ha più visto nel semplice fatto di essere uomini un motivo sufficiente e soddisfacente per la dignità.

Mi piace pensare che le atrocità oggi ricordate siano ben chiare tra digitazioni social, giornalistiche, televisive e interiori: la banalità del male cercò tecniche per assolvere l’uomo dal difetto e dall’errore fingendovi un bene incomprensibilmente alto dietro ai loro “perché”. Questo male superficiale e servile, tracciò i margini della diversità per l’omologazione obbediente. Fu qui che la coscienza finì di stare al comando e l’ovviamente disumano, dapprima palese, divenne un dato da identificare e spiegare, cioè condizionabile. Ancora oggi sedimentiamo nello sbaglio radicale che possa darsi la risoluzione alla manchevolezza e lo si fa scartando esistenze-vite giudicate non degne, malsane, errate, qualitativamente inferiori o sofferenti. Non abbiamo ancora capito che siamo veri, siamo vivi, in virtù di questa vulnerabilità. Siamo umani perché possiamo sperimentare la fragilità e le ricchezze che abbiamo nascono da questa insignificanza! Aver memoria è ciò che serve a noi umani per avere nitido il male che possiamo compiere se togliamo da noi stessi la libertà della piccolezza.

Quello che oggi si deve ricordare è che a distanza di anni, il mondo si ferma su di un dato di fatto: che “vite senza valore” è stata ed è ancora una macchia nera sull’uomo.

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