La vita non è come la scolorina

(articolo di Giulia Bovassi)

Scolorina, bianchetto, cancellina, cosa puzzosa bianca che fa tornare candidi quadernoni poco diversi da un Pollock. È quella cosa – ognuno la chiama un po’ a modo suo – che ci ha convertiti alle furbate: sbaglio, rovino l’immagine, un po’ magari me ne vergogno, allora uso tecnologie avanzate per far cadere nel dimenticatoio il mio errore, così nessuno saprà, forse nemmeno io lo saprò, di averlo commesso. Una logica pretenziosa nei propri confronti, si dirà “positiva” in quanto chiede di prestare attenzione e sprona alla perfezione. Riflettendo però, seduta dinanzi agli ultimi frettolosi appunti delle lezioni universitarie e ragionando sui ricordi figurativi dell’esame scritto datato 21 novembre, come un lampo a ciel sereno, mi sono accorta che, scavando alla radice, questa della scolorina non è una regola universale: severamente vietato utilizzare questo aggeggio su documenti, prove finali, test in itinere. Insomma alle spalle di questa finta penna stanno, l’uno accanto all’altro, l’obbligo di non cancellare note, tappe importanti di passaggio tra due condizioni e l’opportunità di migliorare il migliorabile.

In un certo qual modo ho dedotto (arbitrariamente) che la “logica del bianchetto” sia rimasta impressa da generazione a generazione (devo ancora decidere se a livello di trauma nel senso medico del termine o come shock morale) grazie alla sua facile trasposizione dal cartaceo al quotidiano e, in effetti, è una teoria che volentieri trova diretta applicazione tra uomini infastiditi dal peso di poter meditare di sé. L’auriga, nel famoso mito della Biga Alata di platonica memoria, incarna l’elemento razionale dell’anima, la quale ha il compito di indirizzare la biga trainata da due cavalli, uno bianco e uno nero, rispettivamente la parte irrazionale dell’anima che rappresenta le passioni più sublimi tese all’iperuranio; e la parte irrazionale nera, più pesante, che tenta ostinatamente di trascinare la biga verso gli istinti più bassi, giù nel mondo empirico, rendendo le anime pronte a seguirla automaticamente le più corrotte. Immagino la scolorina come il tentativo prettamente umano di cancellare ogni scivolamento del cavallo nero verso un piano lontano dalla ricerca della verità assoluta, una situazione distante dalla bellezza della perfezione e corrotta dai sensi. Considerato il richiamo al Fedro platonico una veloce e artigianale metafora, non è illegale ipotizzare che anche l’ossessiva assunzione dell’errore come dannosa/catastrofica e la conseguente smania di dissimulazione, siano da ritenersi lo strutturale bisogno di mantenere in equilibrio l’indole brutale e animale che è in noi e la raffinatezza dello spirito che cerca il senso primo e ultimo della sua esistenza fuori da essa. Non è illegale supporre che, così come si cancellano i pasticci di frasi sconnesse scritte tra idee galleggianti in un etere caotico, parole incomprensibili o congiuntivi non azzeccati, allo stesso modo nei momenti vuoti, confusi della nostra vita cerchiamo disperatamente di coprire una scelta sbagliata o un’ideale contraddittorio/fallace.

Il libertarismo insegna che l’individuo ha il potere di rifiutare il determinato o determinabile assolutamente, così da cedere alla proprietà individuale come la sola degna di autonoma identificazione, supremazia, affermazione. La mia libertà è ciò che conta, non importa quanta scolorina richiederà per garantire la sua sopravvivenza, ciò che importa è che essa sia. Così, quando mi imbatto nella cronaca nera internazionale di questo post modernismo pro-choice che propone leggi a mutilazione della libertà di pensiero ed espressione, logicamente contrarie allo spirito culturale che osanna, arrivo al trauma della scolorina come primitivo stadio di uno stile di vita più propenso a sopprimere ed eclissare l’errore, che a vederlo per uscire dallo sbaglio e varcare la soglia della transizione orientata allo stadio successivo. Trovare ragionevole creare un reato di “ostacolo all’interruzione di gravidanza” in termini anche di informazione digitale (https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/francia-legge-ostacoli-digitali-ad-aborto) è la scolorina applicata alla vita: un bavaglio sulla bocca, sulle mani, per evitare di conservare quei documenti di valore sui quali il bianchetto non può essere usato. Ci sono decisioni che richiamano la totalità dell’essere umano a riporre all’interno dei piatti della bilancia la sua contingenza e la sua prevaricazione, costringendolo a capire quali siano i contorni dell’una e quali dell’altra. Controversie, che l’indole pro-choice risolve con un colpo di spugna sull’incertezza dando per ovvio ciò che ovvio non è: che sulla vita altrui, sulla nostra, non ci è dato disporre, non ci è possibile scegliere, non ci è dovuto alcun dominio. Essere ostili all’ammettere questo errore incancellabile può considerarsi una presa di posizione legittima, una scelta; non lo è, invece, vincolare l’azione all’unilateralità. Non è pro-choice imporre che non vi sia possibilità di scelta, condizione per la quale necessariamente occorrono più termini. Non è pro-choice l’intolleranza giuridica per coloro che difendono il fondamento stesso del diritto: la condizione ontologica della persona. Inclinare la linearità dell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata a Parigi nel 1948, dove si afferma che “Ogni individuo ha diritto alla libertà d’opinione e d’espressione, il che implica il diritto di non venir disturbato a causa delle proprie opinioni e quello di cercare, ricevere e diffondere con qualunque mezzo di espressione, senza considerazione di frontiere, le informazioni e le idee”, non è forse minare il senso della Giustizia inteso come “dare a ciascuno ciò che è suo” slittando senza freni nel pendio scivoloso di una tracotanza prevaricatrice? Non è forse calpestare la vera capacità razionale di autonomia e autodeterminazione, carattere unico e ontologicamente distintivo nella superiorità dell’uomo rispetto agli altri enti? Non è forse impedire che l’anormale erroneo possa essere un dato altrettanto naturale come quella perfettibile idoneità al genere umano che ipocritamente idolatriamo come modello socio-culturale di falsa esaltazione dell’individuo mentre quest’ultimo viene cancellato dall’omologazione a un progetto umano di umanità?

Il bianchetto probabilmente migliora l’estetica di cartacei poco piacevoli alla vista e prescrive una sorta di concetto d’ordine, ma con la coscienza e la vita morale non funziona. Se una donna, un padre, una famiglia, un medico o chi per essi, decidono di voler capire perché eticamente e/o spiritualmente l’aborto è condannato in quanto omicidio, non gli si può negare la stima che gli spetta come soggetti capaci di azione morale, ovvero responsabilità e abilità critica – interrogativa, anche quando l’impatto critico con una realtà oggettiva come lo sterminio di innocenti conducesse loro a posizioni diverse da quelle politicamente auspicate.

È patologico illudersi di chiudere la coscienze dietro la punibilità, la costrizione: la scolorina, infatti, insegna che gli errori storici da delirio di onnipotenza non sono soggetti a cancellazione, perché la loro presenza deve, ogni volta, rimettere gli uomini in ginocchio ai piedi della loro contingenza. Il ripetersi sempre uguale degli sbagli non ha ancora trovato un esito sopravvissuto, o capace di farlo, a prescindere dal concetto di dovere morale, che abita il cuore dell’uomo senza che da questi sia stato posto. Per capirsi: non abbiamo bisogno di una legge che indichi il precetto generale di “non uccidere”, sappiamo benissimo, infatti, che porre un tale divieto scritto significa semplicemente riconoscerlo. La legge morale naturale è quella corrispondenza tra percezione e assunzione di ciò che dobbiamo o non dobbiamo fare solo per il fatto di essere parte in causa di una costante relazione interpersonale di noi con noi stessi, di noi stessi con l’altro, di noi stessi con Dio. Bene e male sono concetti sui quali poggiano le leggi positive, non il contrario.

Ora sappiate che usare la scolorina non è un gesto banalmente meccanico, ma una spinta esistenziale conflittuale tra il mantenersi uomini o rivelarsi artefatti. Questo foglietto illustrativo vi sta dicendo: da assumere con moderazione.

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