Perché dare la vita a un mortale?

(alcuni brani selezionati della conferenza di Fabrice Hadjadj a Verona giovedì 27 ottobre)

Siamo così in una situazione senza precedenti che sembra invertire tutto ciò che un tempo fu. Fino ad oggi, era la società ad offrire ai suoi membri le ragioni di vivere e di dare la vita; ora i nostri governi sembrano piuttosto decisi a costruire una società, o piuttosto un dispositivo che, attraverso i consumi, fornisca innanzitutto ragioni di divertirsi davanti all’angoscia della morte e di legittimare il suicidio come divertimento finale. Nelle società di una volta, il generare permetteva di accedere a uno status sociale sempre più importante, in quanto genitori, nonni, fino allo status supremo, quello di antenato. Ciò vale anche per il giudaismo ed il cristianesimo: la dignità di Abramo è essere il padre di una moltitudine di popoli e Dio stesso genera nel suo seno il Figlio e attraverso di Lui soffia lo Spirito, così che nell’ordine dei nomi trinitari la paternità è anteriore alla spiritualità. Nel dispositivo attuale, l’antenato è quello a cui occorre fornire l’eutanasia. Essere padre o madre non offre nessuno status sociale, al contrario, è segno di un’inferiorità, di una degradazione, di un impedimento al raggiungimento dello status magnificato di soggetto autonomo, o piuttosto di lavoratore atletico, sempre giovane, sempre disponibile all’incontro furtivo, allo straordinario, alle ultime innovazioni della tecnica… In Germania dell’est, appena dopo la riunificazione, centinaia di donne si sono fatte sterilizzare per mostrare a un futuro datore di lavoro la loro libertà: potevano essere lavoratrici stabili e consumatrici molto serie. Uno dei motti de “Il mondo nuovo” è del resto questo: “La civiltà è la sterilizzazione”.

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In un studio pubblicato nel 2013 negli “Annali di demografia storica”, la sociologa Charlotte Debest ha osservato che i “senza figli per scelta” sono sempre “impresari della morale”. Assimilano la procreazione a “una voglia irrazionale che trascende tutte le ragioni oggettive” e parallelamente impongono ai genitori le più rigide norme educative, sottolineando che il bambino “non è modellabile come il pongo”, ma “è un individuo che ha un pensiero” e fustigano i papà e le mamme che “tornano a casa alle 9 di sera
delegando i loro compiti a una babysitter”. Per questi “senza figli per scelta” il bene del bambino va contro l’esistenza del bambino. Bisogna concedere al cucciolo di uomo condizioni di vita così eccellenti e così certe che con ogni evidenza non può venire in questo mondo. Non lo poteva ieri, perché la medicina non aveva fatto abbastanza progressi. Non lo può oggi, perché ne ha fatti troppi. Ieri, c’era troppo rischio di morire da piccoli. Oggi, è condannato ad invecchiare in una specie destinata alla mutazione o all’estinzione. Dunque, con una compassione senza passione, è meglio non avere figli. Siamo qui di fronte al massimo paradosso: è quando si scopre una certa dignità della persona che sorge la domanda se dargli una vita vulnerabile e mortale, perché è solamente allora che appare il dramma di esporre la sua dignità all’indegnità. Finché il figlio è visto come un erede o uno strumento, finché è il mezzo di propagare il nome della tribù, della razza, della nazione, dell’impresa, della specie, è facile dargli la vita – morrà cedendo il suo posto ad altri e così via. Ma dal momento che il figlio è visto come un fine in sé, un individuo incomparabile, irriducibile a una funzione terrestre, appena non è più qualcosa nel mondo ma qualcuno più grande del mondo, perché dargli questa vita che va verso la morte, perché consegnarlo a un mondo che finirà per stritolarlo? Un altro punto si aggiunge a questo problema, quello del modello contrattualista. Le moderne teorie politiche presentano la società come il prodotto di un contratto sociale tra individui uguali. Come sono nati questi individui? Non ha importanza: la preoccupazione dell’uguaglianza prevale su quella dell’origine. E a ragione! La relazione di origine è necessariamente inegualitaria e la nascita non riguarda il contratto: non si può chiedere a un figlio se è d’accordo di venire al mondo. Non ha scelto di nascere. Ora sembra che per i “senza figli per scelta” che percepiscono il figlio come un uguale, un partner, non si dovrebbe scegliere di dargli la vita senza avere ottenuto prima di tutto il suo consenso. Detto altrimenti, più la dignità della vita è ricondotta a una scelta individuale, più diminuisce la possibilità che ci siano viventi, poiché ricevere la vita è anteriore ad ogni possibilità di scegliere.

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Come comprendere questo intreccio di ciò che c’è di più naturale e di più soprannaturale? Come sentire che le nostre parole più quotidiane sono già implicitamente parole di Vangelo, e che bisognerà volgersi sempre più al Vangelo per poter dire veramente “Buongiorno”, credendo cioè veramente nella bontà del giorno e non essere imbavagliati dal mutismo chiacchierone della disperazione o dalla marea degli algoritmi? È quando la notte sembra trionfare che un chiarore piccolissimo appare come ambasciatore di tutta la luce. Allora ci si rende conto che il semplice fatto di dare la vita contiene già un’oscura fiducia nella vita eterna che non è una fiducia che sta sul piano psicologico, ma una fiducia consustanziale alla vita stessa, quella vita che procede dal Vivente e torna al Vivente. Perché è evidente che il nostro sesso ci spinge naturalmente verso l’altro sesso e che naturalmente questa unione si apre sulla procreazione, come l’incontro della chiave e della serratura apre la porta di una casa sconosciuta. E allo stesso tempo questa cosa così elementare e spontanea per gli animali non può essere giustificata in noi che attraverso la meditazione più metafisica. Un salmo enuncia chiaramente questo mistero: Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente (Sal 83, 3). Un grande romanzo di questi ultimi tempi, “La Strada”, di Cormac McCarthy, esplora questo mistero con forza. “Strada”, bisogna ricordarlo, è uno dei nomi di Cristo ed è anche una buona traduzione della parola ebrea “Torah”. Un padre e suo figlio camminano in direzione dell’oceano in un mondo devastato dove, per non diventare cannibali, bisogna nutrirsi con le ultime scatole di conserva che hanno attraversato la catastrofe. Alla nascita del bambino, poco dopo il cataclisma che ha devastato la terra, la madre si è suicidata: a che serve continuare invano? Perché vivere per vedere il proprio figlio morire? Ma il padre continua, assurdamente, ostinatamente, con una forza che gli viene non tanto da sé quanto dal volto del figlio, dalla sua vulnerabilità assoluta. Perché continua? È come un nuovo Abramo, che spera contro ogni speranza (Rm 4 ,18)? In verità, non ha nessuna speranza nella testa, ma ogni passo che fa con suo figlio, è il segno di una speranza che non è innanzitutto la sua, ma quella della vita promossa e data attraverso di lui.

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Perché dare la vita a un mortale? Perché avere addirittura una famiglia numerosa all’epoca dell’incertezza ecologica? Notiamo en passant che la famiglia cattolica numerosa possiede in linea di principio la sua regolazione interna attraverso le vocazioni religiose: bisogna pensare che il celibato e la verginità consacrata fanno intimamente parte della fecondità umana. Non soltanto i religiosi incarnano quella speranza nel Regno che incoraggia gli sposi ad avere figli anche nel mezzo della tormenta, non soltanto li aprono alla fruttificazione aldilà della semplice moltiplicazione, ma anche regolano la natalità impedendole di diventare esponenziale… Di sicuro chi rifiuta la nascita non obbedisce al comandamento di onorare il padre e la madre. Onorare, dare importanza ai propri genitori è riconoscere il senso della loro fecondità e dunque avere gratitudine verso di loro. Questo comandamento è precedente al “Non uccidere” perché bisogna amare la nascita per potere condannare l’omicidio. Se essere nati non è un bene, allora perché l’assassinio non sarebbe una beneficenza? Del resto, anche se condanno la nascita, posso farlo soltanto nella misura in cui sono nato, e dunque a partire dalla mia nascita. Mi pongo così in un’ingratitudine fondamentale, in un divorzio sleale tra la vita che sfrutto e la vita che ho ricevuto. Si tratta dunque, in fin dei conti, di grazia e di gratitudine. Alla domanda: “Perché Dio ha voluto creare il mondo?”, sant’Agostino risponde: “Chi si domanda perché Dio ha voluto creare il mondo, cerca la causa della volontà di Dio. Ma ogni causa è efficiente. Ora ogni efficiente è maggiore dell’effetto prodotto. Ma niente è maggiore della volontà di Dio. Non c’è dunque motivo di cercarne la causa…” . Altrove non tralascia di dire che Dio ha creato il mondo per amore; ma “per amore” vuole dire “senza perché”, senza ragione esterna all’amore stesso. Alla radice di ogni cosa creata c’è una gratuità fondamentale. Per chi è fuori dall’amore, tale gratuità appare come un’assurdità. Per chi è dentro, appare come una grazia. Certo, noi non siamo Dio. La nascita di un figlio non può essere frutto di un puro movimento gratuito della nostra volontà. Bisogna considerare le condizioni esterne, il coniuge, il contesto. Ma malgrado tutto ciò, si tratta di superare il calcolo, non di ignorarlo, di raggiungere l’atto creatore e dunque di sposare la radice del movimento della vita come gratitudine e come grazia attraverso la Croce. Se la madre di Mosé avesse giudicato unicamente in funzione della messa a morte programmata dei figli maschi degli ebrei, mai sarebbe nato il liberatore del suo popolo. Se Maria si fosse arrestata alla visione umana delle sofferenze di suo Figlio, le più atroci che un uomo possa subire, mai sarebbe fiorito il Fiat dell’Annunciazione. E se le donne di una volta non avessero affrontato il loro parto come una roulette russa, non saremmo mai stati qui, per parlare insieme. Abbiamo cominciato con una scorciatoia tra la culla ed i sepolcri. Tale scorciatoia è frequente nell’iconografia cristiana: in numerose Natività, il bambino Gesù è avvolto in garze e disteso in una mangiatoia che somiglia ad una bara. Tra il bue e l’asino, la sua morte è già annunciata. Ma quella morte non è un ostacolo. Anche se trapassa con una spada il cuore di sua madre, diventa, per la grazia dell’amore, la breccia nel tempo dove passa l’eterna fecondità di Dio.

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