Pensa con la sua testa, o di come non aver paura delle migliori obiezioni

(articolo di Carlo Martinucci)

Io penso che esistano tre modi per giudicare le ragioni del veganesimo (o dell’aborto, o del sì al referendum, o di Trump, o della Clinton, o di una qualsiasi posizione contraria alla propria), e sono: in base all’argomentazione migliore; in base all’argomentazione media/diffusa; e in base all’argomentazione peggiore.

Io credo che una persona intellettualmente onesta, che voglia sostenere la propria posizione in modo ragionevole, sul piano delle idee debba sforzarsi di confrontarsi con la migliore argomentazione possibile delle ragioni opposte.

Se sostengo che l’aborto sia una cosa terribile e voglio confrontarmi con qualcuno che sostiene che invece l’aborto sia accettabile, per essere sicuro di non stare prendendo un granchio o che mi stia mancando qualcosa devo confrontarmi onestamente con le migliori argomentazioni che questa persona mi può fornire: non è sufficiente che le mie ragioni siano solide, devo considerare seriamente le obiezioni intelligenti, senza fare sconti. E se mi interessa di più approfondire la verità piuttosto che avere ragione, queste obiezioni intelligenti sarò sempre spronato a cercarle, per mettere alla prova le mie idee e migliorarle. L’alternativa è fermarsi alle obiezioni stupide, che posso esibire e ridicolizzare solo per farmi bello.

(Per inciso, penso anche che i soli ragionamenti difficilmente portino alla verità, e che serve anche la vita, le esperienze, le testimonianze, da integrare ai ragionamenti. Non si può essere antiabortisti solo intellettualmente, non si può dire di amare la vita se non si ama davvero la vita con la propria vita, non si può dire di voler proteggere i bambini se si ha fastidio a stare vicino a un bambino piccolo. Ma questo è un altro discorso: torniamo a noi.)

Quindi, sul piano ideale bisogna confrontarsi con le argomentazioni migliori che si hanno a disposizione. Invece sul piano del dibattito quotidiano, sul piano sociologico, penso che sia importante tenere in considerazione anche le argomentazioni “medie”, più diffuse, o le argomentazioni che fanno più presa, anche se sono meno efficaci o visibilmente fallate, perché le argomentazioni non sono mai completamente astratte e completamente slegate dal contesto, e “sociologicamente” è utile, pur con i suoi limiti, farsi un’idea di qualcosa anche andando a vedere come la pensano le persone che la sostengono. Di fatto, questo meccanismo è molto usato… e anche molto abusato: se per confrontarsi con l’argomentazione migliore è necessaria davvero tanta onestà intellettuale, identificare le argomentazioni medie è ancora più difficile.

Infatti una tecnica comune, da parte degli oppositori di un pensiero, è quella di diffondere argomentazioni pessime facendole passare per argomentazioni diffuse. E così i cattolici pensano che masturbarsi sia un omicidio, chi sostiene Renzi è uno schiavo dei poteri forti, i leghisti vorrebbero bruciare gli immigrati, i grillini pensano che l’11 settembre sia un complotto americano, gli omosessuali vogliono far diventare omosessuale anche tuo figlio, i seguaci di Trump vogliono sparare ai bambini messicani e chi sostiene la Clinton vuole bombardare i bambini siriani.

Di fatto, sono sufficienti pochi pazzi per indebolire una posizione: basta farla sostenere con argomenti assurdi. E se i pazzi non ci sono, basta crearli a tavolino. Le argomentazioni ragionevoli, che di solito sono anche più complesse, verranno sepolte sotto le argomentazioni assurde, o per la quantità, o per la visibilità, o per lo scalpore che le affermazioni eclatanti suscitano.

E mentre è tutto sommato facile per un cattolico riconoscere che la masturbazione è problematica, ma non perché sia un omicidio; ed è facile per un renziano non considerarsi affatto schiavo delle banche o per un leghista o per un grillino distaccarsi dalla pseudoscienza e dal complottismo, o per un omosessuale prendere le distanze da certa propaganda antigender… Beh, è molto più difficile per un ateo, o per uno di destra ecc., riconoscere le stesse cose nelle posizioni opposte.

Siamo bravi a fare i distinguo sulle cose in cui crediamo, perché le cose vicine si vedono meglio, sembrano più grandi, e possiamo riconoscere quelle che da lontano sembrano (cinquanta) sfumature di grigio, mentre da vicino sono proprio strisce bianche e strisce nere. Siamo meno bravi a riconoscere che chi ci contesta non è sempre uno stupido o in malafede: le cose lontane sono difficili da distinguere ed è molto più facile accomunarle tutte insieme, mettendo tutti quelli che la pensano diversamente in un unico calderone con l’etichetta: “cattivi”.

Io penso che troppo spesso il nostro metro di giudizio per le idee che contrastano con le nostre sia l’argomentazione pessima, illudendoci che sia quella media. Ci illudiamo di conoscere che cosa pensa chi pensa diversamente da noi, mentre nella nostra testa non c’è l’altra persona, ma solo una sua caricatura deforme.

Dalla nostra parte invece le nostre posizioni sono sostenute dall’argomentazione migliore, e chi le scimmiotta viene rubricato come “caso isolato che non fa testo”. Pensiamo di essere gli unici ad essere strumentalizzati: il titolo di giornale che estrapola una citazione del nostro leader è chiaramente falsa, ed è stupido chi ci crede senza controllare; ma il titolo urlato che estrapola una citazione abietta e la piazza sulla bocca di quel personaggio tanto cattivo sicuramente è giusto, e se non è giusto comunque cattura lo spirito di quello che voleva dire.

Dalle elementari in avanti mi hanno ripetuto come un mantra, per anni, che dovevo ragionare con la mia testa. E grazie a Dio ho sempre provato a farlo. Ma ora sto iniziando a credere che forse ragionare con la propria testa è solo una parte. Forse ogni tanto dovremmo anche ragionare con la testa di qualcun altro.

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