La relatività di Hutton

“La metafisica e i cartoon spiegati a mio figlio” di Angelo Mazzotta

Mi capita spesso di discutere con mio figlio su quali cartoni andavo spendendo le mie ore pomeridiane quando avevo la sua età… Le condizioni di partenza sono però diverse: lui ha interi e svariati canali tematici che sparano ogni sorta di cartone a tutte le ore (magari su più dispositivi, potendoselo gustare anche da solo), io avevo qualche ora al pomeriggio da condividere necessariamente con altri (unico era il televisore) e i cartoni li sceglieva mamma Rai o papà Silvio… I pomeriggi, dal lunedì al venerdì, lui rientra a scuola, io uscivo a giocare… Lui pratica Judo una volta a settimana, io avevo la strada per palestra tutti i giorni…

Rimanendo sullo sport, gli ho raccontato di quelli che riuscivano a farci muovere “agonisticamente” con la fantasia, stando seduti, ma strategicamente piazzati, di fronte ad un ancora funzionante “Indesit” arancione 12 Li, una tele B/N con antenne esterne allungabili ed un salvaschermo a prova di incaute azioni emulative esterne… Sto parlando di quel lungo filone di cartoni nipponici degli anni 70/80 relativi al calcio, alla pallavolo, al tennis, al baseball, alla pesca… Tanti sport cartonati per una generazione che forse non poteva permettersi di seguirne uno dal vivo. Per carità c’era anche chi, tra noi ragazzini, riusciva a giocare per la squadra locale, ma dopo aver sudato e sbucciato diverse ginocchia lungo le strade sterrate, in campi incolti, tra piante di fichi d’india e spesso già da “fuori classe”, nel senso che si dribblava astutamente la scuola per potersi ritrovare a giocare… preferendo un 10 sulla maglia che in pagella!

Chi come me viaggia sui quaranta ricorderà certamente la serie “Holly e Benji, due fuoriclasse” (che non marinavano…). Il ragazzino giapponese dal nome inglese, Oliver Hutton, detto “Holly”, desidera vincere il campionato mondiale di calcio insieme a Benji Price, imbattibile portiere, suo primo sfidante e poi carissimo amico, perennemente infortunato tanto che a distanza di tempo mi chiedo perché mai il suo nome sia finito nel titolo… Mah, misteri giapponesi! E non è l’unico… Se vi intriga la storia potete googlarla (siccome noi moderni papà siamo tutti un po’ bradipi, ma solidali, ve l’allungo qui).

Prima di addentrarmi nei misteri calcistici di Holly e Benji, non posso non accennare ad una precedente serie, forse la prima in Italia, la capostipite del filone calcistico: “Arrivano i Superboys”. Storia di una squadra tosta, forgiata con sadici ed inverosimili allenamenti, le cui gesta sono accompagnate da una strombettante sigla alla Village People (in verità interpretata dagli Eurokids, qui) di cui ancora ignoro il significato e i cui palloni venivano calciati con la grazia del Wing Chun di Yip Man, insomma partite cartonate anni 70 che anticipano di qualche decennio il Shaolin Soccer (eccone un assaggio qui)…

La serie di Hutton non si discosta molto nelle movenze e nelle acrobazie, ma i toni sono meno violenti, gli allenatori più piacioni e la sigla pare presa in prestito dalla Fisher Price (potete ascoltarla, ma non troppo, qui). Pensandoci ora faccio più caso a quelle assurdità che come bambino non coglievo… Innanzitutto rimango perplesso dalla lunghezza del campo; nelle azioni di gioco si intravvedeva la porta come posta su di una collina, i famosi tre quarti, ma occorrevano diverse puntate per raggiungerla… Una specie di salita sul monte, la cui fatica era ben espressa non solo dal dolore dei loro muscoli (o dalle piccole meningi di noi spettatori) ma anche dall’ansia di vedere se il goal ci sarebbe stato o meno… Qualcuno ha effettuato dei calcoli e pare che il campo fosse lungo circa 18 Km… Distanze assolutamente irregolari e disumane ma per noi allora più che giustificate… Questa prateria veniva percorsa dai nostri beniamini ad un velocità di circa 50 Km/h, cioè 100 metri in 7 secondi, prestazioni da far impallidire Bolt! Le partite con questo ritmo potevano durare diverse puntate, quindi era prevedibile che qualcuno, come Julian Ross, il più talentuoso, potesse soffrirne (la sua cardiopatia probabilmente era indotta e non congenita…).

Se calciato a dovere, il pallone poteva mutare geneticamente in uno da rugby oppure viaggiare, se Mark Lenders ne aveva voglia, come la cometa di Halley, perforando guanti, reti, mura. Uno spettacolo ricco di effetti in barba ad ogni legge della fisica, ma alla portata di tanti tifosi, piccoli e grandi, dentro e fuori lo stadio (sempre strapieno anche per una partita infrasettimanale tra scolaresche…), dentro e fuori la TV.

Ma capitavano momenti ancora più surreali, più interessanti… In fase di dribbling, di tackle o salto per colpire la palla in volo, una strana energia sembrava impossessarsi delle nostre figurine nip-panini parlanti: il loro miglior gesto, l’azione decisiva che poteva segnare le sorti dell’incontro veniva improvvisamente dilatata nel tempo, estrapolata dallo spazio e proiettata in un’altra dimensione… Roba da far partire un embolo al nostro Piccinini!
Il tempo di un’azione veniva incredibilmente dilatato da ripetuti flashback sulla vita dei personaggi, sulle loro relazioni famigliari, amicali, sulle impostazioni di gioco da tenere in campo, sulle capacità dell’avversario… E noi dagli spalti casalinghi venivamo ulteriormente tele-trasportati in altri frammenti di storia che rendevano quei momenti sospesi ancora più carichi di enfasi, tensione e desiderio… Delle bolle temporali più piccole venivano così ingegnosamente gonfiate in altre più grandi, tanto da farmi ora sospettare che anche Christopher Nolan sia stato da giovane un loro fan…

Se poi la puntata dello stacco da terra veniva trasmessa il venerdì pomeriggio correvamo il rischio di attendere anche 8 giorni per assistere al definitivo calcio di un pallone anch’esso miracolosamente rimasto sospeso dinnanzi al mistico calciatore…
L’apparente immobilità della scena principale appariva, per l’appunto, come il teatro di un mistico rapimento premiante e successivo all’estenuante ascesi protratta con fatica lungo tutto il vastissimo campo…Sta di fatto che dopo aver così contemplato, l’azione di Hutton diveniva ancor più efficace, finalizzando goal impossibili e portando la squadra alla vittoria!

In qualche modo Hutton ci insegna che proprio questa apparentemente inutile dilatazione del tempo di un’azione si ottiene solo se si concede a questa il tempo della contemplazione… Fare un esame della propria vita rendeva Hutton più convinto e decisivo nell’atto di calciare, tutte le energie spese per ascendere alla porta, venivano ricompensate e nuovamente catalizzate da una forza mistica propiziata da un rientro in sé stesso… Sembra suggerirci che il tempo è relativo ed il movimento si estrinseca mirabilmente in esso (alle elementari in Giappone evidentemente si studia anche Einstein!!). Come dire che si potrebbe pregare sempre, in ogni circostanza, anche in movimento non perdendo il fine dell’atto, anzi rendendolo più facilmente raggiungibile e l’atto stesso più conforme. Ancor di più, prediligere un momento “intenso” di contemplazione sull’Altro, su Colui che è il Signore del tempo, ce lo fa guadagnare! Perché, non togliendoci nulla, Lui lo moltiplica per tutte le nostre necessità! Durante lo scorrere del resto della giornata basta rivolgerGli lo sguardo guardando l’altro per riallacciarsi a quell’intensità, per riscoprire quelle relazioni fondamentali di cui è intessuto tutto il nostro tempo… Spesso mi lamento di non avere tempo, eppure se mi stacco un attimo dall’azione convulsa, portandomi all’attenzione del mio cuore, riesco a riprendere i miei impegni vivendoli con maggiore intensità e scopro di avere addirittura un figlio che mi stimola a rivedere i miei ricordi sotto altra luce. Scopro di avere ancora altro tempo.

Se penso ai grandi santi, non riesco a non scorgere in loro la grande importanza che hanno riservato alla preghiera personale, la stessa Santa Teresa di Calcutta prima di raggiungere i propri malati curandoli e amandoli così efficacemente, dedicava tantissime ore alla preghiera per avere riposte, indicazioni e la forza da Chi poteva senz’altro fornirgliele.

La relatività di Hutton, con un pizzico di fantasia, potrebbe essere intesa come una sorta di legge meta-fisica che caratterizza la vita del “contemplattivo”, cioè quella di un atleta contemplativo e attivo allo stesso tempo: attivo nella contemplazione e contemplativo nell’azione. Questo meccanismo di dilatazione del tempo non soffre il limite dello spazio, funziona ovunque ed è studiato per cercare quella dimensione eterna che rende la temporale più umana, gravida, vivibile in ogni sua profondità, capace di offrire nuove ed inimmaginabili estensioni. Se si contempla si riflette e le azioni diventano più efficaci, si impara a vivere per come si pensa, evitando di finire per pensare come si vive.

Certo non si può pensare sempre a Dio, è umanamente impossibile e non è necessario, basta però, oltre al momento della giornata più intenso, pensarlo “spesso” e “ovunque” perché “tutto” diventi preghiera, seminando qua e là giaculatorie come benedizioni anche nelle più piccole azioni quotidiane. Così facendo queste acquistano una valenza eterna, il tempo che vi dedichiamo diventa incredibilmente vissuto più in profondità. È un esercizio quotidiano che richiede dedizione, disciplina, allenamento e qualcuno che ci guidi. Ma non è forse un vero atleta colui che si esercita nelle virtù? Prendiamoci del tempo per continuare a viverlo meglio, rallentiamo per muoverci … Non è forse l’accelerazione della storia ad allontanarci dall’eternità?

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