La perfetta imperfezione – il Protocollo di Groningen

(articolo di Giulia Bovassi uscito sul blog Le foglie verdi)

Un puzzle per essere ricomposto in modo adeguato ha bisogno non solo che vi siano tutti i pezzi, ma anche di un’ immagine di riferimento, la sua immagine.
 Una sorta di specchio da osservare, scrutare, contemplare o ignorare, talvolta.
Oggi ci troviamo immersi (consapevolmente o no) in una battaglia, che non ama soste, tra una cultura della vita e una cultura della morte; non una consapevolezza della vita e una consapevolezza della morte, bensì due approcci diversi all’esistenza che di per sé non possono che propagarsi in maniera del tutto antitetica. Uno scontro così radicale non lascia deserti solitari per nessun uomo che si dica appartenente a questo mondo: l’eco di una pressante presa di posizione, una convinta scelta di coraggio e valore implica una comune responsabilità. Il cruccio però è che non è possibile adoperarsi con atti pienamente liberi se non si sa dove dirigere la nostra coscienza.

L’immagine del puzzle di un essere umano, con un passato a sua determinazione, un futuro nell’ottica del bene comune, un presente costruito e inalberato nelle altre due dimensioni temporali, è per lo più inesistente: i pezzi di questo mosaico sono incompatibili perché non riescono a vedere chi dovrebbero essere nella bellezza dell’opera. Trattare di “questioni di inizio-vita, fine-vita”, tradotto significa ritorno alle origini e si capisce bene quanto il cammino sia ostico se la nostra origine, che è anche la nostra fine, viene lavata da qualsivoglia ingrediente costitutivo.
L’uomo che non trova i punti di congiunzione per ricostruire la propria identità è l’uomo che oggi aspira alla trascendenza mediante la sua mortalità. Tendere all’egocentrismo rivolgendo a sé la sufficienza della propria condizione è causa e conseguenza di una società priva della capacità di pensare l’imperfezione, perché essa stessa sfugge al dominio del controllo onnipresente e totalizzante. La resa pratica di questi frammenti d’uomo è il punto nel quale l’intervento bioetico si fa cuscinetto a prevenzione o cura dell’urto inevitabile: dal figlio al quale l’aborto nega la possibilità di essere cittadino del mondo, all’eutanasia dove il sentimentalismo ha mascherato l’indicibilità della morte e della sofferenza giustificando il venir meno dell’essere cittadini del mondo.

Inizio–vita e fine-vita. Questi due poli, tra i quali si sottendono molte altre sfaccettature del diritto al desiderio realizzato/riconosciuto, trovano un raccapricciante punto d’incontro in una realtà della quale di rado si sente notizia in quanto esonerata dal politically correct: il Protocollo di Groningen, un accordo tra la clinica universitaria di Groningen e la magistratura olandese, il quale prevede di estendere la possibilità di ricorrere all’eutanasia anche per i bambini sotto i 12 anni, fino all’età neonatale, senza il rischio di essere perseguiti penalmente. Il primario del reparto di pediatria dell’Ospedale Universitario di Groningen, il dottor Eduard Verdhagen, propose questo documento nell’intento di delineare una procedura “standard” applicabile nei casi patologici più difficili, auspicando la liberazione dal dolore nei neonati gravemente malati.

L’eutanasia, secondo il protocollo, non costituirebbe reato se applicata per tre categorie di pazienti: 1) neonati con alte probabilità di morte post nascita nonostante l’applicazione dei presidi disponibili; 2) neonati con prognosi estremamente infausta in regime di terapia intensiva, quindi con possibilità di sopravvivenza avente prognosi pessima e bassa qualità di vita; 3) neonati con una scarsa qualità di vita causata da sofferenze, a giudizio di genitori e medici, insopportabili (ad esempio: forme gravi di spina bifida, una pesante disabilità che richiede cure incessanti lungo tutta la vita). La proposta del dottor Verdhagen si riassume nella morte volontariamente e intenzionalmente procurata per eliminare una sofferenza presunta o esistente la cui intensità resta una valutazione a discrezione non del paziente stesso (che ovviamente in queste circostanze non può esprimere opinione né rivendicare diritti sulla propria vita), quanto piuttosto di agenti esterni familiari e/o estranei. Cessare l’esistenza del paziente risulterebbe la conclusione più umana alla quale giungere a fronte delle previsioni sul tipo di vita futura che gli spetta.

In Olanda la legislazione sull’eutanasia già includeva la possibilità per minori fino ai dodici anni di usufruire dell’aiuto a morire dolcemente a patto di una richiesta scritta, esplicita, ripetuta più volte e ragionata, che fosse poi certificata dal consenso dei genitori solo nei casi di fascia d’età compresa tra i 12 e i 16 anni. Aprire un varco normativo alla morte come soluzione fattibile anche ai neonati è l’evidente esito catastrofico previsto dalla teoria del “piano inclinato” (slippery slope), secondo la quale da uno spiraglio giuridico a favore di questi presunti diritti e false libertà si è giunti all’inevitabile scivolamento consequenziale verso un totale arbitraggio individuale delle volontà personali a discapito della coscienza altrui, oltre che della propria, sconfinando nell’abuso della potenzialità giuridica, in un spazio indeterminato come quello della situazione olandese descritta, che nulla vieta di identificare come infanticidio ed eugenismo mascherato. Il collasso del diritto come strumento funzionale alla tutela dell’inviolabilità della vita umana considerata sacra, unica e irripetibile, è lampante quando il sentimentalismo moderno giunge sino alla redenzione del delitto trasformandolo nel diritto di chi non ha voce.

Considerando l’eutanasia in sé già una pratica contraria alla vocazione medica fedele al Giuramento d’Ippocrate, nel quale è esplicito il divieto e l’antagonismo di ogni atteggiamento omicida verso il paziente, e considerandola altrettanto contraria al fondamento laico e razionale della vita intesa come dono indisponibile, che la fede avvalora come gratuito, da parte di Dio verso le sue creature, porsi a confronto con essa nella neonatologia mette ancor più in evidenza l’ideologia che soggiace alle spalle di una soppressione innocente venduta come compassionevole soccorso al sofferente attraverso la sua diretta eliminazione. L’infante è un soggetto qui assunto come oggetto di qualifica da parte di terzi che possono essere o meno addetti ai lavori: il minore è una persona debole, incapace, per condizioni naturali di sviluppo, di decisione autonoma e consapevole, pertanto risulta giustamente impossibilitato ad esprimere parere in merito alla propria vita. Arrogarsi il dovere di agire a discapito di una vittima che non può difendersi è giuridicamente ed eticamente un sopruso, oltre che una violenza prevaricatrice verso la libertà e l’autonomia di un neonato che è soggetto giuridico.

Questo angosciante caso sociopolitico olandese è la controprova della deriva che certi lasciti legislativi comportano nel momento in cui la vita e la morte cessano di essere principio e fine fuori dal possesso umano per convertirsi in meccaniche controllabili. Il piano inclinato chiede un atto di fede in ciò che sostiene poiché se ne intravvede la partenza, ma l’arrivo rimane solo ipotizzabile; eppure un arrivo c’è, in questo caso lo si riconosce facilmente nei martellanti tentativi di avanzare l’eutanasia a soggetti non considerati idonei ai codici di normalità socialmente condivisi o apprezzati (handicappati, malati mentali, pazienti in stato vegetativo, ecc..), proposte non diffuse al tempo della campagna di sensibilizzazione a favore della dolce morte. Non di rado, negli argomenti che necessitano di un consistente riscontro pubblico, si tentano le cifre più alte dell’audience mediante il tema della discriminazione: quella verso diverse nazionalità, nei confronti delle donne, degli orientamenti sessuali, per lo più. Ebbene, che cosa nella cultura dominante impedisce di essere accorti verso queste sottaciute e camuffate tipologie discriminatorie che colpiscono alcuni individui piuttosto che altri per caratteri scritti nei giudizi altrui e così assunti per veritieri? Se l’originalità, la perfetta umanità di una creatura imperfetta per natura mortale, è definita da altri al di fuori del Creatore, dove e come si potrà tracciare il confine ultimo di un criterio comodo all’utile? Il limite sfuma, inevitabilmente.

Non si tratta di ipotesi, ma dati di fatto: così come avviene per l’aborto, per mezzo del quale la donna pone fine ad una vita già esistente, già in atto, spinta e supportata dalle più varie motivazioni, dalla prova costume rovinata per la gravidanza (testimonianza di un medico!), alle patologie o malformazioni più o meno gravi del feto, fino alla selezione eugenetica di un bimbo su misura, arrivando alla sua eliminazione fisica post nascita nel caso di patologie o sofferenze fisiche ingenti per poter sperare una vita “degna”. Tutte queste, e molte altre realtà, sono figlie della logica utilitarista che invade la dignità intrinseca dell’uomo, oggettivato e declassato nella sua valenza ontologica, a vantaggio delle egoistiche esigenze altrui operanti lungo la logica dell’edonismo. Con il protocollo di Groningen, vita e morte, due macrocosmi per antonomasia, sono legati dall’unico fatto: ciò che non sottostà alla determinazione gestita e gestibile dell’uomo, è per lui un mistero spaventoso che necessita di rendere meccanico per sapersi immune dall’imprevedibile.

Dietro al criterio di una sofferenza percepita come insopportabile rispetto ad una qualità della vita che si possa definire ottimale, c’è un uomo immerso nella solitudine esistenziale di una cultura secolarizzata che ha preteso di negare la trascendenza, perdendo l’immagine di riferimento di un puzzle che rimane incompleto. Morte e malattia sono divenuti neutri alla domanda di senso. La catarsi dell’esperienza della malattia è un tabù che si soffoca con mezzi immediati, quelli di una medicalizzazione dell’esistenza capace di equilibrare i mutamenti al fine di mantenere stabile uno stato di benessere e normalità. In questo senso risulta socialmente consono al mantenimento di questo stato ottimale lo scarto di soggetti che, secondo l’opinione di chi avvalla metodiche eutanasiche, non rendono ragione della loro esistenza a causa di deficit o patologie che bloccano lo status di normalità di riferimento. L’invalido avanzare non è vita, ma sopravvivenza, e l’assistenza necessaria è un rallentamento sociale.

Sulla base di presupposti simili e uguali a questi, la misericordiosa carità e amorevole cura a fondamento dei principi di socialità e sussidiarietà, è stata abbandonata in favore di una battaglia per il diritto, non di chiedere aiuto alla comunità degli uomini, bensì al suicidio. La logica perversa di una mentalità che non può permettersi di accettare la sconfitta della morte come esito inevitabile e della malattia come accidente non sempre prevedibile, non trova in sé le ragioni a sostegno della sacralità della vita al di fuori di una desiderio privato e mancando queste premesse non resta che fare i conti con l’unica conclusione possibile: la disponibilità della propria vita, che è unicamente corpo.

Così come l’aborto, l’eutanasia è la rivendicazione dell’uomo di poter disporre di sé anche in un campo tanto misterioso quale appunto la morte tanto da edificare un “diritto alla morte” e un “dovere di uccidere”. Nel caso di Groningen è ancor più lampante questa fobia dell’imperfetto: il terzo criterio di applicazione parla unicamente di sofferenza che altri, non il diretto interessato, percepiscono come insopportabile, eppure chi può giudicare oggettivamente la felicità o l’infelicità di una persona? Ne scaturisce l’amara constatazione che l’uomo da un lato cerca di ignorare l’esistenza di una temporaneità di questa vita terrena, fuggendo al pensiero della sua umanità, dall’altro egli senta dentro di sé la consapevolezza della precarietà e tenti di anticiparne la fine fissandone tempi e spazi.

Il timore della vulnerabilità ha distrutto nella cultura dominante il pregio della debolezza: quanto ci è dato apprendere dagli ultimi è un dato disperso, ma di valore inestimabile annientato dal mito del super uomo sostituto di Dio e sufficiente a se stesso. La contingenza è una condizione che ci appartiene ed è in virtù di questa transizione che la nostra esistenza assume valore e senso; il carpe diem è la spensieratezza della soddisfazione di un attimo, non ricopre una sequenza di momenti equivalenti alla durata della propria vita. Nell’anno della Misericordia è di primaria importanza vedere «l’immanenza della malattia nella persona, e la trascendenza della persona nella malattia», ovvero la possibilità di trarre da ciò che altri giudicano insopportabile la gioia della vita, ritornando a quel principio di umanità alla base di una civile convivenza sociale che riconosce uguaglianza e comunione tra i suoi membri. Immanente in quanto fa parte della precarietà che edifica la comunità umana; trascendente perché permette di percepirci oltre la nostra temporalità.

In questa battaglia tra la vita e la morte, ci viene chiesto di amare i Figli di Dio così come sono e non di fondare, ma di riconoscerne la dignità intrinseca, la quale permane a prescindere dalle condizioni fisiche in cui si trovano. Credere che sia possibile condurre un progresso che include la divisione tra umano e meno umano arbitrariamente imposta è utopico e la storia è troppo ricca di capitoli nei quali i più deboli soggiaciono ai più forti per poter fantasticare una plausibile giustificazione ad un male oggettivo. Nel secolo del progresso non siamo ancora riusciti ad estrarre la nostra umanità dagli errori della sua finitezza e mai riusciremo a farlo finché ciascuno non riuscirà a valutare come edificante colui che oggi è considerato miserabile.
In questa incessante battaglia tra la vita e la morte, ci viene chiesto di sguainare spade per dimostrare l’ovvio, ed è esattamente di questo ritorno al conosciuto ciò di cui l’individuo ha sete: solo ritrovando i frammenti mancanti del puzzle egli potrà intuire l’immagine dispersa e ricomporla per potersi guardare di nuovo chiedendosi quando l’uomo ha smesso di essere umano.

 

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