Lettera a una donna intristita dalla vita

(articolo di Paola Belletti uscito su La Croce Quotidiano l’1 settembre 2016)

Cara. (Scrivo a me, ma prima che sapessi cosa mi sarebbe successo). Sei giovane, hai tante idee. E tutte si imbottigliano nel collo stretto, duro e fragile perché è vetro, della smania di realizzarsi.

Vuoi che sia così evidente e schiacciante perché quel senso di non essere mai abbastanza, di non essere adeguata, anch’esso ne verrebbe schiacciato. Sei giovane ora e vuoi che tutti i tuoi talenti che in verità non conosci si esprimano. Si vedano e valgano. Per chi?

Se mi ricordo bene com’eri hai ancora la rigidità un po’ arrogante dovuta all’età e al non aver iniziato l’allenamento più duro: quello contro di te o meglio contro quello che in te è contro di te. Per questo non ti riesce di vederli per davvero. Per questo non sai sminuirti dove occorre e riconoscerti senza agitazione le gemme che ti brillano in capo.

Che ci sarebbe infatti da agitarsi? Te li sei procurata tu, i talenti, le gemme, o meglio, come la vita, ti sono arrivati senza nessuna indagine di mercato precedente sul tuo target? Non eri ancora target di nessun mercato e già qualcuno ti voleva e ti conosceva tutta.

Sei giovane ora eppure distratta. Non è colpa tua, devi studiare, finire l’università, trovare una professione che ti realizzi. E questo poi chi te lo aveva messo in testa?

Cos’è diventato il lavoro? Sembriamo una generazione di psicotici in perenne terapia occupazionale assorbiti nello sforzo di vederci bravi a far qualcosa. È forse per questo la nostra vita avrebbe un senso?

Per questo, e non solo per via della tua indole, ti spaventava dover scegliere. «E se poi sbaglio? Sono giovane, certo, ma non per sempre e non così tanto». E vedere inanellarsi una serie di circostanze opache, così fortuite che ancora non hai idea potessero essere mandanti del Provvidente, traduce in incertezza tachicardica la percezione del futuro.

Ti scrivo ora per dirti che sono contenta di te. Che sono grata a Dio per il fatto che ti ha voluta.
Che la tua vita è fondamentale per il mondo. Eppure pesi poco, incidi poco o pochissimo sul mondo. Non farti illusioni. Anzi sii grata di restare piccola. Paola ti chiami e non Augusta.

Sono contenta perché piano piano ti lascerai trascinare, all’inizio scalciando, e poi ti metterai a canterellare e saltellare per la via che un Altro ti ha proposto. Sono contenta perché sarai dove sarai stata messa. Sono felice perché capirai l’essenziale.

Sono qui per una ripetizione anticipata. Per un memorandum. Per un ritenere senza il quale questa bella scoperta non ti si farà scienza. Arriveranno a darti la sensazione di opprimerti. Lo so. Non ti farà quasi più ridere la battuta sul coma farmacologico. Quando dirai che vorresti essere messa in coma farmacologico per sfuggire alla fatica.

Forse tra l’altro la cosa urterà qualche persona che ci è dovuta passare davvero e allora smettila in ogni caso.

Quando sarai donna, non più ragazza, sposata da più di dieci anni, quando a ridosso del nuovo anno scolastico e lavorativo, nella pagina più fitta di incombenze –oh settembre, benedetto mese! Tutto nostalgica allusione a estati caduche e poetico coriandolare di foglie a terra, da quando sei diventato solo avvisi e file agli uffici?, lì, al margine estremo della schermata dell’agenda dovrai segnarti questo: che tu sia al mondo è proprio motivo di speranza.

Che tu sia come sei, con le tue reazioni scomposte, il tuo dolore grande e acuminato, con la gioia che appena può spruzza in giro goccioline sulle tue giornate e quelle dei tuoi figli…

Scusami cara. Non lo sapevi ancora. Però lo speravi, anche quando eri tutta presa dall’idea di fare chissà quale carriera. Hai dei figli. Quanti? Quattro. Anzi sei, due vi aspettano di là. No, il primo non è maschio come era convinta tu. Sono tre femmine e l’ultimo, solo quello, è maschio. È maschio, è bellissimo, molto amato. Ha già tre anni.

Hai ragione. Hai ragione sì, c’è qualcosa di grosso che devo dirti. Aspetta, intanto sappi che ti sei sposata felicemente. Hai un buon matrimonio, ma attenta a non distrarti e sforzati ti prego di lamentarti meno. Hai un buon marito, ringrazia Chi devi.

Non è per prendere tempo; piuttosto è perché tu sappia che in quella cosa grossa che sto per dirti non sarai sola. È importante. E sappi anche che pure con un marito diverso quello che sto per dirti avrebbe senso.

Tuo figlio, il vostro sesto e a questo punto ultimo figlio, ha una grave patologia. Una sindrome. E la tua paura infantile per la cecità purtroppo non ha fatto da talismano.

Non ha funzionato, non potrai riderci sopra… ”pensa avevo paura di diventare cieca o aver figli ciechi”. È cieco. E molte altre infermità lo colpiscono, sì. È così.

Allora se puoi preparati. Ci sarà un lungo percorso pieno di oscurità e di incertezze per arrivare a scoprire come sta davvero. Ci saranno medici ostili. Medici spaventati. Medici indifferenti. Ci saranno medici in gamba e onesti e qualcuno che non saprà che pesci pigliare. Ci saranno medici stupiti da voi due, da te e tuo marito. Stupiti perché state ricordando loro che un figlio comincia figlio. È figlio da subito. E non ha classi di merito. Costerà lacrime in più questa testimonianza. Piangerai moltissimo.

Ma questo non è una novità. Ecco, questo è proprio un tuo talento. O no?

Sappi che il dolore dura e che si può vivere.

Sappi che può diventare pure leggero.

Sappi che c’è la possibilità di abitarci insieme.

Tu, il dolore e Lui. L’Uomo dei dolori, familiare con il patire. Chiedi anche tu questa familiarità. Non ti ribellare continuamente. Sappi anche che conoscerai tormenti nuovi. Ti assalirà l’angoscia per il futuro. E parimenti per il passato: «non ho fatto abbastanza. Non faremo abbastanza».

Sappi che non è vero. O meglio, sì. Si può fare sempre qualcosa in più o di diverso, ma non è quello il punto. Ah. Riceverai giudizi, frecciate, vere sciabolate. Riceverai enciclopedie di consigli in fascicoli settimanali.

Riceverai tantissimo affetto. Comprensione sincera. Fiumi di orazioni. Torrenti di lacrime. E tanti grazie.

Come di cosa?

Grazie perché vostro figlio ricorderà a tante persone che non sono ancora morte e che sono amate. Che valgono anche se non concludono nulla, in apparenza, per il mondo (e invece, se il mondo sapesse!).

Che devono fare come fa vostro figlio: lasciarsi amare e dipendere. Anche chi dovesse dirigere una multinazionale. È uguale. Saremo uguali in questo. E tuo figlio è qui a fare anche questo.

Avrà successo. Sarà un uomo di vero successo.

A te toccherà una parte impegnativa: ti sembrerà a volte di non farcela. A volte non ce la farai proprio. È un grande lavoro. Ti sequestrerà le giornate, a volte. Ma tuo marito ti dirà spesso che per lui è uguale.

Non è dal lavoro che si aspetta di ricevere dignità. Non è per il fatto di dovere sbrigare montagne di burocrazia che si sente meno libero.

Lui è libero perché si ricorda poche cose essenziali. È voluto, Cristo ha vinto il male e la vita è un dono.

Che peccato che queste parole siano state usate così tante volte a vanvera. Mi pare che rendano il messaggio meno incisivo.

Però è così. Non vanno dopate le parole.

Dono significa dono.

La tua vita è un dono.

Hai già detto grazie?

 

 

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