80 anni fa nasceva al Cielo Gilbert Keith Chesterton

(articolo di Emiliano Fumaneri uscito su La Croce Quotidiano)

Nel mondo pagano con «dies natalis» si intendeva la venuta al mondo, cioè la nascita. Fu la fede cristiana a cambiare significato a questa espressione: da allora in poi il giorno della nascita sarebbe stato quella della morte, perché per un cristiano entrare nella morte è entrare nella vita eterna. È un paradosso supremo che non possiamo certo mettere tra parentesi mentre ci accingiamo, con timore e tremore, a onorare il «dies natalis» del maestro indiscusso dei paradossi: Gilbert Keith Chesterton, il grande scrittore londinese morto esattamente ottanta anni fa, il 14 giugno del 1936.

Quasi impossibile tracciare in poche righe un profilo che possa rendere la benché minima giustizia a un gigante (nel senso letterale della parola) come Chesterton. A lungo nel nostro paese GKC (come era chiamato) è stato noto solo per essere l’inventore di Padre Brown, il prete-detective capace di sbrogliare i casi più contorti con un mix di buon senso, fede e intuizione.

Nato il 29 maggio 1874 a Londra in una famiglia della borghesia anglicana (poi passata alla Chiesa Unitaria), Chesterton fu pittore nella giovinezza, poi giallista, romanziere, umorista, critico letterario, apologeta della fede cristiana.
I racconti chestertoniani, confezionati da una pirotecnica fantasia capace di produrre atmosfere imprevedibili, abbondano di un umorismo brillante e arguto. Jorge Luis Borges una volta osservò: «La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».

Nello spazio qui a disposizione cercheremo, più che di tracciarne un profilo, di far assaporare alcune delle più acute intuizioni della filosofia chestertoniana. GKC in verità non reputava di averne una propria. Come ebbe a chiarire in una occasione: «Non la chiamerò la mia filosofia, perché non l’ho fatta io: l’hanno fatta Dio e l’umanità; ed è questa filosofia che ha fatto me».
La maniera più chestertoniana per parlare dello stile di Chesterton è forse partire dal fatto della sua nascita, con le parole che egli stesso usa per descriverla: «Piegandomi con cieca incredulità, come sono solito fare, alla mera autorità e alla tradizione dei miei maggiori, ingoiando superstiziosamente una storia che non mi fu possibile controllare a suo tempo con l’esperienza personale, io sono d’opinione certissima d’essere nato il 29 maggio 1874, a Campden Hill, Kensigton».

Così comincia la sua “Autobiografia”. Qui c’è già tutto Chesterton: il suo realismo, il suo senso della tradizione, il suo stile paradossale e polemico, al limite della provocazione. E, fatto non trascurabile, anche la sua data di nascita, «la cosa più importante che possa capitare a un uomo», perché «la vera avventura nella vita non è sposarsi, ma nascere».

Nulla è più reale della nascita: che siamo nati lo prova il fatto che siamo qui a ricordarlo. Ma è altrettanto vero che nulla è più paradossale di un evento che ci ha visti protagonisti a un tempo assoluti e passivi. Noi eravamo lì, indubbiamente, eppure non ricordiamo nulla del nostro esordio sulla scena del mondo. Per saperne qualcosa dobbiamo giocoforza affidarci a testimoni degni della nostra fiducia, e ciò inevitabilmente richiede di doversi collocare all’interno di una tradizione.

Questa ragione aperta, grande come un cuore traboccante d’amore, spiega la considerazione che Chesterton aveva della tradizione. Il suo realismo non poteva fare a meno della testimonianza personale di esseri in carne ed ossa.

Nella vita di ognuno di noi, come in quella di ogni società umana, c’è un testimone insostituibile. È questa l’autentica tradizione, che GKC chiama anche la «democrazia dei morti». Non un retaggio astratto di «valori», ma una trasmissione di certezze comprovabili dall’esperienza e perciò autentica fonte di conoscenza: «Quando vostro padre passeggiando per il giardino vi diceva che le api pungono o che le rose hanno un dolce profumo, voi non parlavate di prendere il meglio della sua filosofia.

Quando le api vi hanno pizzicato non avete detto che era una divertente coincidenza… No, voi avete creduto a vostro padre perché vi è sembrato uno che fosse una viva sorgente di fatti, uno che realmente ne sapeva più di voi, uno che vi avrebbe detto la verità domani come ve l’aveva detta oggi».

Chesterton fu quindi nemico giurato di ogni ragione raziocinante, autoreferenziale, svincolata dalla realtà. In uno dei capitoli iniziali di “Ortodossia” (1908), forse il suo capolavoro filosofico, tratteggia in maniera mirabile una sorta di “fenomenologia della pazzia”. Il folle, scrive, non è colui che ha perso la ragione. Al contrario, egli è «un ragionatore, spesso un ottimo ragionatore» le cui spiegazioni «sono sempre complete e spesso, un senso puramente razionale, esaurienti, o, per essere precisi, la spiegazione del pazzo, se non è conclusiva, per lo meno è tale che non ammette replica». Eppure sarebbe un errore dar credito a simili vaneggiamenti, poiché «la sua mente si muove in un cerchio perfetto ma ristretto. Un cerchio piccolo è infinito, come un cerchio grande; ma pur essendo egualmente infinito, non è egualmente grande. Allo stesso modo una spiegazione assurda è completa come una spiegazione giusta, ma non abbraccia un campo altrettanto vasto». Pertanto pazzo «non è già l’uomo che ha perduto la ragione, ma l’uomo che ha perduto tutto fuor che la ragione». Disputare con lui è improduttivo, anzi è assai probabile avere le peggio in una simile discussione, visto che «il suo cervello cercherà tutte le strade per non essere trattenuto da argomenti che lo condurrebbero ad un retto giudizio. Egli non è trattenuto dal senso del ridicolo o dal sentimento della carità o dalle mute certezze dell’esperienza».

La chiave della conoscenza per GKC non sta tanto in una serie di deduzioni logico-matematiche, ma procede piuttosto per somma di esperienze giudicate vere dalla ragione. Si tratta cioè di fatti, di semplici fatti che corrispondono al bisogno di verità dell’uomo. Il mondo per lo scrittore britannico non è un insieme caotico e senza senso. Al contrario, è pieno di indizi, di segnali, di segni che convergono in una direzione. Qual è questa direzione univoca? Un punto a noi invisibile, verso il quale tutti quegli indizi tendono, e la cui presenza rappresenta la sola spiegazione ragionevole della nostra esistenza.

La realtà, in altri termini, implica il mistero perché tutto in essa continua a indicarlo. «Tutto il segreto del misticismo è questo: l’uomo può capire tutto con l’aiuto di quello che non capisce».

L’alternativa a questo misticismo diffuso dove tutto è segno del mistero è il nulla. Chesterton conosceva bene gli abissi della disperazione. In gioventù, appena ventenne, era stato colpito da una forte forma di depressione per via dell’insuccesso universitario e dell’allontanamento dai vecchi amici di scuola. L’insorgere di domande esistenziali infine lo aveva fatto precipitare nello scetticismo, spingendolo fino ad accostarsi allo spiritismo.

Per sfuggire a questo cupo pessimismo, scrive sempre nella sua autobiografia, si inventò allora «una teoria mistica rudimentale e minacciosa» il cui caposaldo si riduceva sostanzialmente a questo: «anche la sola esistenza, ridotta nei suoi limiti più semplici, è tanto straordinaria da essere stimolante. Tutto era magnifico, paragonato al nulla».

Ben prima di diventare cattolico (si convertirà al cattolicesimo romano solo nel 1922) Chesterton diventò realista. Giunse alla conclusione che l’esistente aveva valore in sé: il solo fatto di essere al mondo è cosa buona e giusta.

I mali del nostro mondo per GKC si spiegano proprio con una drammatica scissione tra pensiero e realtà. È da questa frattura tra spirito e vita che è derivato un mondo sradicato, che ancora si muove nel solco del cristianesimo (non potendone fare a meno) senza tuttavia più sostenersi in esso: «Il fatto è questo: il mondo moderno coi suoi moderni movimenti vive sul capitale cattolico che possiede. Esso usa e abusa delle verità che gli rimangono dell’antico tesoro del Cristianesimo, comprese naturalmente molte verità già note all’antichità pagana ma che nel Cristianesimo si sono solidificate. Non è vero che stia suscitando certi suoi nuovi entusiasmi. La novità è soltanto questione di nomi e di etichette, come nei moderni annunci pubblicitari, e sotto ogni altro aspetto si tratta di novità puramente negativa. Non si ha l’inizio di cose nuove che si possano portare bene avanti nell’avvenire. Al contrario si stanno raccattando vecchie cose che non sarà affatto possibile portare avanti.

Poiché sono queste le due caratteristiche degli ideali della morale moderna: primo, che essi sono stati presi a prestito o strappati dalle mani dell’antichità o del Medio Evo; secondo, che in mano ai moderni essi rapidamente avvizziscono».

Per questo il pensiero moderno appariva a Chesterton come una serie di verità «impazzite» che, separate dal corpo in cui sono nate e dal quale possono rinascere, si muovono come allo sbando. «Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane che sembrano come folli: sono divenute folli perché sono scisse una dall’altra e vagano senza meta». A nessuno oggi sfugge il valore profetico di queste parole, in un mondo dove lo «scarto» degli esseri umani più deboli e indifesi è giudicato dall’intellettualità mainstream come un atto di «carità», dove dare la morte è stimato come un gesto di estrema «pietà».

Una simile follia ha una sua logica, ma per l’appunto è una logica folle. Come uscirne? Chesterton proponeva l’apparente follia del paradosso. Il paradosso è il suo principale strumento argomentativo. Con la sua apparente assurdità (grazie anche all’abilità letteraria di Chesterton) il paradosso scuote l’ascoltatore, risvegliandolo dalla sonnolenza in cui cade una mente abituata al torpore dei luoghi comuni.

GKC è consapevole che il paradosso è al cuore della fede cristiana. Sicuramente folle doveva apparire ai suoi contemporanei san Francesco d’Assisi (al quale ha dedicato una straordinaria biografia, come a quel grande realista che è stato san Tommaso d’Aquino). Per chiarire ai suoi lettori lo spirito di Francesco, Chesterton evoca la leggenda medievale intitolata “Il giocoliere di Nostra Signora”. La leggenda racconta di un acrobata diventato poi monaco il quale, non avendo altro da offrire alla Vergine, le avrebbe offerto l’unica cosa che sapeva fare: le sue acrobazie. Si mise perciò a pregare a testa in giù sorreggendosi con le mani.

San Francesco, il “giullare di Dio”, condivideva questo spirito: vedere il mondo sottosopra ti porta a vederlo nella sua originaria dipendenza da Dio. Visti al rovescio, gli alberi appaiono letteralmente aggrappati alla terra, cioè dipendenti dal Creatore di tutte le cose.

Per questo i grandi santi sanno guardare alla realtà con un sguardo più lieve, meno serioso del disperato per il quale tutto si gioca qui, in questa realtà. I santi, sapendosi dipendenti da Dio, sono capaci di abbandono fiducioso. Per questo umiltà e umorismo sono virtù sorelle, entrambe rimandando all’«humus», alla terra. «La serietà non è una virtù», afferma il Nostro. «La solennità discende dagli uomini naturalmente; il riso è uno slancio. È facile esser pesanti, difficile esser leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità».

In questa eredità, fatta di speranza, gioia e realismo, sta forse il patrimonio più prezioso consegnatoci da G. K. Chesterton.

 

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