Cosa ci ha dato il “santo della porta accanto”

Da poco più di un anno ci ha lasciato Gianluca Firetti, il ragazzo di Sospiro morto a vent’anni di osteosarcoma. Don Marco d’Agostino, che ne aveva raccontato in un primo libro il percorso umano e spirituale, torna oggi in libreria con la narrazione dei frutti di santità che germogliano nei solchi della memoria di “Gian”. La follia della croce s’incarna in questo volto perché, a dispetto del male orribile che lo ha roso, tutti gli invidiamo l’aver riconosciuto Dio.

“Mi trovavo in una pizzeria vicino a un porto, molto lontano da casa mia. Mentre tagliavo fette e cercavo di mirare olive nere con la forchetta, vidi in fondo alla sala un ragazzo con la barba e i capelli lunghi che conteneva tutte le caratteristiche di quello che nella mia immaginazione, era la manifestazione reale di Gesù Cristo. Tranne la felpa dei Red Hot Chili Peppers. Avanzava tra i tavoli con una calma surreale. Con uno sguardo dolce e inesorabile, si muoveva nella mia direzione e pareva guardare verso di me. Stava sicuramente raggiungendo la tavolata dei suoi coetanei in una sorta di cena aziendale o compleanno, situata alle mie spalle. Ho cominciato a immaginarmelo circonfuso di luce, allargare le braccia e rivolgersi proprio a me chiedendomi come fece con Pietro: ‘Tu ..chi credi che io sia?…’ e io immaginavano nitidamente il suono della mia voce rispondergli: ‘Tu sei il buco nello specchio dove non mi riesco a vedere. Tu sei lo slancio verso il dubbio luminoso, sei la freccia e il melograno che è colpito solo al centro, ma coinvolge tutti i suoi semi insanguinati ..Tu sei il sacro saltimbanco che ci ha fatto tremolare finalmente e trattenere nuovo fiato nei polmoni per gridare in un domani sulla porta dell’amore .. Sei la forza regalata a noi caduti che viviamo reclinati, mormoranti e accontentati con un tatuaggio scuro sulla buccia di vergogna .. tu sei il sandalo perduto e troppe volte ritrovato per essere di nuovo smarrito, sei la luce che rimane quando avranno calpestato ogni lampadina’. E mentre srotolavo tutte queste risposte tenute nascoste dentro da anni, mi resi conto che dopo avere salutato effettivamente tutti i suoi amici, il Nazareno della pizzeria continuava a guardare me e mi si sta avvicinando con un morbido sorriso. Mi si bloccò per un istante la digestione, mi rifugiai nel bicchiere, poi usai il tovagliolo per prendere tempo, ma ormai era appoggiato al mio tavolo. Qualcosa di incredibile stava avvenendo … mi avrebbe davvero fatto la domanda? Ero confuso, spiazzato .. Era lui?” – di Davide Van De Sfroos “Il Nazareno nella pizzeria vicino al porto”, “Corriere della Sera” del 3 aprile 2016 nella rubrica “Random”. Il finale della “storia” ci dice che non era il Nazareno, ma un fan del noto cantautore comasco. E l’attesa sorprendente e forse tanto attesa) di un “miracolo”, del Figlio di Dio in carne ed ossa presenza lì davanti a lui, svanisce nel nulla, lasciando nel cuore di Davide quella domanda, la domanda di senso, senza alcuna risposta concreta: “E io chi sono?” – chiude così il pezzo.

“Nella mattinata di sabato 30 gennaio 2016, ad un anno esatto di distanza dalla scomparsa di Gianluca Firetti, il giovane di Sospiro morto di osteosarcoma lo scorso anno, il nuovo vescovo di Cremona mi chiede di accompagnarlo al cimitero, nella mattinata della sua ordinazione. Gian è da lui conosciuto perché un prete marchigiano, suo ex alunno al Pontificio Seminario Regionale di Ancona glielo ha regalato tempo fa. Lui lo ha letto e meditato e una sera mi fa le sue considerazioni su questa storia di fede e di dolore. Chiama queste esperienze di dolore e di risurrezione ‘evangelizzazione’. E così, con partenza dal Seminario, verso le 9,30 arriviamo al cimitero di Sospiro. Io sono d’accordo con la famiglia per una preghiera e anche con gli amici di Gian, ma nessuno sa nulla. Il Vescovo chiede di non diffondere la notizia prima. All’arrivo al cimitero la mia Panda è riconoscibile, ma quando scende il vescovo Antonio che abbraccia i genitori di Gian, il fratello Federico, poi saluta gli amici che si sono raccolti insieme, la commozione è forte. Si sta vivendo, grazie a Gian, un momento di grande comunione, per quello che lui ha lasciato, divenendo segno eloquente di quanto il Signore ha scritto nel suo cuore e nel cuore di tanti che lo hanno incontrato, grazie al suo libro ‘Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca’” – di Don Marco D’Agostino, co-autore del libro “Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca”, anno 2015.

Che c’entra il cantautore Davide Van De Sfroos con Gianluca Firetti, 20 anni di Sospiro, un paesino del cremonese? “Gianluca Firetti è “la risposta” alla domanda di senso. Gian è ragazzo come tanti: “Gianluca Firetti. Santo della porta accanto” è il nuovo libro che don Marco D’Agostino ha voluto scrivere – sempre per San Paolo (collana “storie vere” come “Spaccato in due”), da un mese pubblicato- come per mostrare a tutti che cosa ha (e sta) generando la vita terrena di Gian in migliaia di persone che lo incontrano: attraverso i libri, le testimonianze di amici e conoscenti, i tanti momenti di preghiera, di incontri che i testimoni della vita di Gian continuano a portare ovunque vengano chiamati. Non per una sorta di “dovere morale” di ricordare un amico che non c’è più: ma per portare a tutti la gioia di un incontro che a tutti ha cambiato la vita. Anche a don Marco D’Agostino, sacerdote cremonese, con una lunga esperienza di educativa con i ragazzi, docente e autore di numerosi libri.

“Ai giovani devono parlare i testimoni” dice il vescovo Antonio a don Marco proprio al cimitero quel giorno dell’anniversario della morte terrena di Gian. E Gian si fa sentire. “Se il primo libro ha tenuto in vita lui, ed è stato per Gian una gioiosa fatica – scrive don Marco-, questo tiene in vita noi e ci obbliga a non dimenticare la sofferenza del Calvario che si apre a squarci di luce e di risurrezione. Gian è stato un Vangelo gioioso, una porta di misericordia per quelli che lo hanno avvicinato. Per questo Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale”. Tutto passa per (a motivo di, attraverso) un Incontro che cambia la vita. E tutto – ma proprio tutto – da quell’istante non è più come prima: non si spostano di un millimetro i problemi della vita. Ma che gusto nuovo! E perché quel gusto nuovo non svanisca e perda l’”effetto” è necessario che riaccada ogni giorno, ogni minuto del corso della tua vita. E allora … non c’è altro metodo che seguire quei volti concreti che ti indicano la strada da percorrere. Insieme. E allora, si genera una storia tutta nuova, con uno stupore per quel che ti accade al punto da commuoverti. La domanda “Ed io chi sono?” si trasforma allora in “Io sono Tu che mi fai”.

Leggendo i due libri di don Marco D’Agostino su Gian si tocca con mano tutto questo. Non è una fiaba, non sono favole. Nei due libri ci sono persone in carne ed ossa, persone che puoi andare ad incontrare per davvero. Ed è la stessa storia che accadde duemila anni fa a Giacomo e Giovanni. Stavano con Giovanni il Battista in mezzo al deserto, era il loro maestro. E d’un tratto il Battista vede Gesù passare e non può che invitare i due ad andargli incontro: “E’ Lui il Maestro!”. Giacomo e Giovanni non capiscono, ma si fidano. Fermano Gesù e vogliono capire chi sia, che cosa è venuto a portare, quali sono le sue idee…. E Gesù rispose loro: “Venite e seguitemi”. Non si è messo lì a spiegare le Scritture, a portare loro filosofie nuove, ad ammaliarli con la sua eloquenza. Ha detto loro di seguirli. E per Giacomo e Giovanni non fu più come prima, al punto che Giovanni non può che stampare nel suo cuore e nella sua memoria il giorno e l’ora di quell’Incontro: “Era l’ora terza”.

Quella di Gian, umanamente, è una storia di dolore. Evangelicamente, una storia di grazia e di bellezza. A soli vent’anni ha dimostrato che si può essere abitati da Dio e dagli uomini. È possibile farsi amare e amare. “Per questo ho voluto raccogliere gli ultimi giorni di Gian e quanto, in questo anno, il Signore è andato costruendo in tante comunità parrocchiali e civili della diocesi e dell’Italia” – scrive sempre don Marco D’Agostino. I Vangeli e gli Atti degli Apostoli vengono scritti quando i primi testimoni oculari del Cristo morto in Croce, sepolto, Risorto e apparso a loro cominciavano a venire meno. Chi perché martirizzato a causa di Cristo chi perché con l’età avanzata moriva. C’era il bisogno, l’urgenza che quella storia appena iniziata non finisse lì. La fede si trasmette misteriosamente per “contagio”: incontrando chi ha ricevuto la Grazia di una vita nuova.

La Chiesa, in fondo, non è altro che questo: custodire e tramandare di persona in persona il Mistero che si è Incarnato ed è Presenza, ieri come oggi. La fedeltà all’origine: cioè a coloro che hanno visto e toccato il Risorto. Più stiamo attaccati a coloro che sorprendentemente vivono l’esperienza concreta dell’Incontro che salva, più siamo certi che le risposte alle nostre domande di senso hanno una consistenza ed una bellezza sconvolgente. E’ la dinamica della compagnia di Cristo, cioè la Chiesa. E allora davvero le regole, l’etica, i valori acquistano il loro vero senso: segnali stradali per stare dentro quella strada che si chiama Incontro con Cristo.

Gian si è fatto Chiesa fino in fondo: si è affidato a Cristo. E questo affidarsi genera. Non può arrestarsi, non può stare chiuso dentro stantie stanze da museo. Gian diventerà santo ufficiale per la Chiesa? Non lo so. E – forse – non mi importa nemmeno più di tanto, perché Gian è già santo, cioè fedele fino in fondo a ciò che gli è stato dato. Gian è un eroe? No. E’ una persona che nel quotidiano ha sperimentato il fatto che non si è fatto da solo e che appartiene ad un Altro. Questa è la santità di Gian, fatta di piccole e grandi cose. Di momenti vissuti nel “già e non ancora”. “Quel divano diventa anche luogo di condivisione. Ci si siede in molti, a turni, durante la giornata. Come a dire: vorrei prendere un pezzetto di sofferenza e portarlo con me. Vorrei sedermi perché Gian non rimanga da solo in quel momento di dolore. Qual divano parla a me e a ciascuno e chiede di non essere persone superficiali sulla terra. Dopo essermi seduto, devo andarmene differente. Mi supplica di non far finta di sedermi per poi, una volta alzato, far finta di niente” (G. Firetti, Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca, San Paolo 2015, 3a ed., pag. 33). E’ l’eterno che entra nel temporale. Mi colpisce Gian. Mi colpisce come in lui tutto ma davvero tutto mi racconta di questo.

C’è un testo di Charles Pèguy nel quale mi sembra di vedere Gian. In “Veronica. Dialogo della storia con l’anima carnale”, scritto tra il 1909-1912 pochi anni prima di morire, Pèguy scrive: “Molto più pericolosa è l’altra mistica, quella che nega, quella che nega il temporale dell’eterno”, quella che vuol disfare, togliere, smontare, il temporale dall’eterno è come più propriamente anticristiana, cade “in una mistica per così dire più propriamente anticristiana”. Questa mistica, nutrita di “spiritualismi, idealismi, immaterialismi, religiosismi, panteismi, filosofismi”, questa è anticristiana. Come avverte Péguy nella sua prosa poetizzante: “Negare l’eternità, amico mio, amico mio, ragazzo mio, e tutto fondare su di me povera disgraziata, mio povero ragazzo è una cosa così grossolana da essere avvertiti, prevenuti, vaccinati contro una così grossolana operazione. Ma negare al contrario la temporalità, la materia, la grossolanità precisamente, l’impurezza, negarmi, rinnegare me la temporale, ecco al contrario qualcosa che ha della finezza, del puro e della purezza, del sublime puro. Ecco la cosa più grave, l’infinitamente grave e la tentazione delle grandi anime. È precisamente ciò che entra davvero in disputa con il cristiano. Io comincio decisamente a convincermi che è proprio questo dei due contrari, che è proprio questo che è il più pericolosamente, il più profondamente incristiano”. Lo è perché Ciò che è la caratteristica del cristianesimo, ciò che costituisce il proprio, è proprio questo, questo “maschio di incastro e questa femmina, questo innesto, questo aggiustamento di due pezzi così straordinario, così inverosimile, l’uno nell’altro, e naturalmente reciprocamente, il temporale nell’eterno, l’eterno nel temporale. Smontato quest’incastro, scardinato quest’aggiustamento, messo fuori asse, scalato, tutto cade. Tutto ciò che è al centro, è proprio questo. Questo impegno del temporale nell’eterno e dell’eterno nel temporale. Sciolto questo legame non vi è più niente. Non vi è più un mondo da salvare. Non vi è più anima da salvare. Non c’è più alcun cristianesimo. […]. Non vi è più né tentazione, né salvezza, né prova, né passaggio, né tempo, né niente. Non vi è più né redenzione, né incarnazione, né creazione stessa. Non vi è più né Ebrei, né Cristiani. Non vi è più né promesse, né gli adempimenti della promesse, i compimenti delle promesse, le promesse mantenute. Non c’è più cristianesimo, non vi è più niente. Non ci sono più gli antecedenti e gli avventi, i compimenti ed i coronamenti. Non c’è più l’operazione della grazia”.

Gian ha riconosciuto la natura e la grazia, riconosce l’“incastro” del temporale con l’eterno. Smontato l’incastro non rimane nulla. “E io chi sono?” – si domanda Davide Van De Sfroos dopo lo svanire di un Incontro inaspettato che gli lascia l’amaro in bocca. La tentazione dell’uomo moderno è la stessa che descriveva Pèguy: “Essi tolgono la creazione, l’incarnazione, la redenzione, il merito, la salvezza, il prezzo della salvezza, il giudizio ed alcuni altri; e naturalmente, e più di tutto, la grazia: più di ogni altro mistero il mistero e l’operazione della grazia. […]. [La] caratteristica di questi interventi, è di ostacolare sempre l’azione del- la grazia, la sua operazione; di prenderne sempre il contropiede, con una specie di spaventosa potenza”. Non è la malvagità dei tempi, come mostra la genesi del cristianesimo, che può bloccare il cristianesimo. “Ma venne Gesù. Egli aveva da fare tre anni. Egli fece i suoi tre anni. Ma egli non perse affatto i suoi tre anni, egli non li impiegò a gemere ed a interpellare il malore e la disgrazia dei tempi. Vi era comunque la disgrazia dei tempi, del suo tempo. Il mondo moderno veniva, era pronto. Egli tagliò (corto). Oh, in un modo semplice. Facendo il cristianesimo. Intercalando il mondo cristiano. Egli non incriminò, egli non accusò nessuno. Egli salvò. Egli non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo. Questi (altri) essi vituperano, essi raziocinano, essi incriminano. Ingiuriosi medici, che se la prendono con il malato. Essi accusano le sabbie del secolo, ma al tempo di Gesù vi era anche il secolo e vi erano anche le sabbie del secolo. Ma sulla sabbia arida, ma sulla sabbia del secolo una sorgente, una sorgente di grazia, inotturabile colava. Non il tempo cattivo, ma la negazione del tempo, la negazione del reale, questo è ciò che blocca l’incastro tra l’eterno e il temporale. Così negare l’una o l’altra parte, è egualmente negare il tutto, smontare il meraviglioso apparecchio. Un Dio uomo. Un uomo Dio. Ma negare il cielo non è quasi certamente pericoloso. È un’eresia senza avvenire. È così evidentemente grossolano. Negare la terra al contrario è tentante. Anzitutto, è una cosa distinta. Ed è il peggio. È dunque questa l’eresia pericolosa, l’eresia con un avvenire”.

Gian sapeva far pensare e aveva il potere, un po’ come fa Dio, di far vibrare le corde della vita: non solo emotivamente, ma nel profondo del cuore. La sua vita, tutta quanta, è diventata un’offerta, un ‘sacrificio vivente, santo e gradito a Dio’. Non perché Dio volesse la sua sofferenza, ma perché, come aveva detto nell’ultima domenica: ‘Dio mi ha posto sulle spalle una bella croce… No, è la malattia che è pesante, Dio non c’entra proprio nulla’. Invece Dio c’entrava, eccome. Dio entrava e usciva da ogni poro della sua pelle, respirava a fatica con lui, sopportava il dolore delle ossa, delle metastasi che, impietose, conquistavano ogni centimetro quadrato del suo corpo. Più il tumore lo aggrediva, più Gian s’illuminava, più smagriva e più il suo cuore batteva, più gli mancavano le forze fisiche e più era traino che trascinava gli altri.

Riflettere con Gian era come abbandonarsi alla visione che Dio ha delle cose, fidarsi che l’essenziale, mentre si sta perdendo tutto nella propria vita, anche a vent’anni, non è quello a cui si è attaccati, ma proprio ciò da cui ci si stacca. “Gian è, paradossalmente, diventato, nel suo letto, con la morfina e il suo cancro, una fonte di energia e di luce. Per tutti, familiari, amici, preti, volontari, personale dell’ospedale, mondo sportivo, famiglie, giovani e adulti, anziani e malati. La sua casa un piccolo porto di mare. Quando suonava il campanello: ‘Avanti’, diceva dal divano, ‘il bar è sempre aperto!’”. Guardiamoci bene intorno a noi: scopriremo stupiti e grati che il Nazareno può davvero essere nella pizzeria al porto. Oppure, nella porta accanto alla nostra.

 

 

(articolo di Davide Vairani uscito su La Croce – Quotidiano il 12 Aprile 2016)

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