La terra strada del cielo – intervista a F. Hadjadj

Cosa significa che la terra è una strada che porta a Dio?
Tutto è segno e rimanda a qualcosa oltre sé. Anche le radici di un fiorellino come il dente di leone affondano nel Mistero. Attenzione, però: il titolo che ho scelto non dice semplicemente che la terra è una strada verso il cielo, ma che è una strada del cielo. Perché è il cielo ad aver plasmato ciò che vediamo: nel creare la più piccola cosa, Dio si costruisce una dimora nuova. Se, invece, ci limitassimo a vedere la terra soltanto come strada verso il cielo, ci sbaglieremmo.

Perché?
Sarebbe come dire che la terra, in fondo, ha un carattere accessorio. Un optional. Ma come potremmo vedere, in una persona vicina, solo uno strumento per arrivare a Dio? Non possiamo ridurre le cose a semplici mezzi, perché anche loro sono volute così come sono. Guardi che, parlando di Mistero, non intendo nulla di spettacolare. Come dice il poeta Yves Bonnefoy, la trascendenza è la cosa più ordinaria: pensi al viso di un bambino, alla bellezza di un fiore… Senza pregiudizi, ogni cosa ci richiama al Mistero.

Quale ruolo gioca, per la nostra conoscenza della realtà, il segno?
Bisogna partire dall’esperienza: dove vediamo che le cose sono un segno? Prendiamo i tre casi più lampanti: l’esperienza del bello, del vero e del bene. Penso che la prima sia quella che più direttamente ci rimanda al Mistero, perché colpisce il nostro cuore. L’aveva ben capito lo stesso Baudelaire, quando descriveva la malinconia suscitata in lui da qualcosa di bello, che gli ricordava un Paradiso da cui si sentiva esiliato. L’esperienza del vero è in ogni nostro tentativo di conoscere qualcosa. Fosse anche un filo d’erba, mi rimanda al mistero del cosmo intero: qual è la sua causa prima? Poi c’è l’esperienza del bene, che può avvenire davanti ad una sovrabbondanza o ad una mancanza.

In che senso?
I cristiani spesso parlano della seconda, per esempio sottolineando che niente quaggiù può saziare il nostro desiderio, fatto per Dio. Credo, però, che non dobbiamo dimenticare la sovrabbondanza delle cose: come ci ricordava don Giussani, siamo chiamati a vivere il centuplo quaggiù. Penso alla gioia enorme che provo giocando con le mie figlie. È un gusto diverso delle cose, da cui sono provocato a chiedermi: perché esiste questo bene, pensato proprio per me? Dove è l’origine di questa generosità? È partendo dalla bellezza e dalla bontà delle creature, che arrivo alla loro fonte. In questo senso, possiamo dire che tutto l’essere è segno del Mistero. E più vado verso il cielo, più il cielo a sua volta mi richiama alla terra.

Che cosa intende?
Per noi spesso il segno è una tappa da superare, come se ad un certo punto potessimo dire: «Ho trovato Dio, non ho più bisogno della terra». Invece, più mi rivolgo al Creatore, e più torno verso le creature: è Lui che le ha volute, quindi non potrei essere in amicizia con il Creatore senza esserlo con le sue creature. È ciò che avviene nell’Ascensione: salire al cielo è, al tempo stesso, scendere verso le più piccole cose della terra. Quella di Cristo non è un’evasione, ma il modo per essere la pienezza di tutto. È magnifico, non trova? Perché non ci è chiesto di staccarci dalle cose terrene, ma di andare fino alla loro origine. E questa origine è il cielo.

Cristo, quindi, ci mostra qual è il vero modo con cui possiamo rapportarci alla realtà?
Sì, ma il problema è che abbiamo ridotto tutto ciò ad una serie di regole. Dimentichiamo che Lui ci invita ad una contemplazione. Come dico spesso, potremmo ridurre tutti i comandamenti a due. Il primo, all’origine della vita cristiana, sta in quest’invito di Cristo: «Guardate i gigli del campo». Non dice semplicemente che ci sono dei gigli, ma: «Guardateli!». E ci mostra come, contemplandoli, siamo introdotti nel mistero della provvidenza. Il secondo comandamento, alla fine della vita cristiana, consiste in queste parole al servo fedele: «Ora prendi parte alla gioia del tuo padrone». Perché non siamo masochisti: la croce non è una finalità, è per la gloria. Noi cristiani non ricerchiamo il dolore, ma la gioia. Dio, vivendo nella gioia, ha voluto comunicarla a tutti gli uomini. Per questo l’ha fatta scendere nella nostra miseria, inchiodandola alla croce. E, a quel punto, la croce è diventata cammino ancora verso la gioia. Altro che morale e divieti: prima di tutto, c’è uno stupore davanti alle cose.

Al Meeting dell’anno scorso aveva affermato che proprio questa esperienza è alla radice di ogni tentativo di conoscere la realtà…
È ciò che diceva Aristotele: la meraviglia è l’origine della filosofia. In italiano il termine “stupore” si avvicina molto a “stupido”. È così: quando sono in quello stato, posso sentirmi stupido. Infatti occorre una certa umiltà per stupirsi. Ma, al tempo stesso, è la più alta intelligenza, perché lì la mia ragione si apre al Mistero. Ho in mente gli occhi sgranati di mia figlia Ester, che si chiede il perché di tutto. Diversi filosofi, come Platone, Aristotele, Tommaso d’Aquino, o lo stesso Martin Heidegger, hanno dato spazio a questa esperienza di stupore, mentre tanti altri l’hanno completamente disprezzata.

È il caso di Cartesio, cui è dedicata la prima parte del suo libro…
Secondo il suo «Cogito, ergo sum», la prima disposizione dell’uomo sarebbe il dubbio. L’esatto contrario dello stupore. E questa interpretazione ha segnato tutta la modernità. Ma, in realtà, Cartesio si pone a cavallo delle due posizioni: nel trattato Le passioni dell’anima, ad esempio, scrive che il primo affetto dell’uomo è l’ammirazione. Quindi, a ben vedere, anche Cartesio ha dovuto ammettere che ciò che permette perfino il dubbio sulla realtà è averla ammirata. È proprio perché cerco un senso e una verità, che in un secondo momento posso dubitarne. Senza questo prima, non sarebbe neanche possibile il dubbio. Oppure pensi all’angoscia davanti alla morte di cui parla Heidegger. Spesso lo si riduce a questo, ma per avere quell’angoscia bisogna prima essersi stupiti per la realtà: senza questa esperienza davanti alla vita, la sua privazione non avrebbe nulla di angoscioso.

Come mai, allora, spesso siamo tentati di bloccare questo percorso, fermandoci in superficie?
C’è qualcosa che ci impedisce di conoscere davvero l’essere: è una riduzione del mondo all’utilità, a un materiale da manipolare. Quando siamo prigionieri di questa preoccupazione pratica, si sbiadisce la realtà: abbandoniamo la contemplazione per la praxis, l’azione. Poi entra in gioco anche una deformazione legata al nostro orgoglio: c’è in noi un’ingratitudine che ci impedisce di riconoscere il Mistero. Perché ammettere la bontà al di fuori di sé, significa accettare che non siamo noi i giudici delle cose: se abbiamo ricevuto la vita, non ne siamo padroni.

Da un certo punto di vista, però, non possiamo fare a meno delle preoccupazioni pratiche…
Certo, la praxis è necessaria: non viviamo d’aria, il mondo stesso ha bisogno di quel che facciamo. Ma non dobbiamo dimenticare dove si radica la nostra azione e qual è il suo fine: la contemplazione. Pensi a come viene descritto l’Eden nella Genesi: «Dio fece germogliare ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare». Prima viene la contemplazione («graditi alla vista»), quindi l’azione («buoni da mangiare»). Mentre, quando il serpente suggerisce alla donna di assaggiare il frutto dell’albero in mezzo al giardino, lei vede che «era buono da mangiare e gradito alla vista». L’ordine è invertito: con il peccato si parte dall’azione, si passa per una contemplazione – ridotta ad una sorta di spettacolo utile a farci digerire bene – e poi si torna all’azione: si vive nell’attivismo. E nel disordine, perché un’azione si ordina solo se parte considerando il reale e le esigenze del cuore. Chi vuole agire senza questo, quasi fosse un dio e decidesse del bene e del male, può avere le migliori intenzioni ma diventa un distruttore. Non ci facciamo caso, ma lo stravolgimento è già tutto lì.

Dove ritrova oggi questo pericolo?
Pensi, per esempio, alla paura della vita: non la si accetta più come viene donata, ma si cerca di trasformarla a partire da un’idea. Allora, anziché accogliere un bambino, si fabbrica un prodotto. Partendo da un progetto di perfezione, riduciamo l’essere alle sue funzioni: altro che “perfezione”, è una degradazione dell’essere all’utilità. Al contrario, accogliendo l’altro che mi è donato, accolgo davvero il mistero della vita. La vita non nella sua performance pratica, ma nel suo godimento. Così, entro nel modo di guardare le cose che ha il poeta.

In questo senso sono commoventi le descrizioni che, in più punti del libro, fa del suo vicino di casa, con la cartellina di pelle, il gilet e un papillon: «Ah! Victor Franchon, con quale tenero stupore dovrò guardarti d’ora in poi… Dio è ovunque, ma specialmente lì, nel profondo della tua anima».
Davvero non abbiamo bisogno di muoverci più di tanto per approdare all’infinito. L’altro, fosse anche una persona qualunque e completamente grigia, è sempre un abisso. Chesterton, per esempio, diceva che la cosa stupefacente non è che uno abbia un naso fatto così o cosà, ma innanzitutto che abbia un naso. Anche se la cacciata dal Paradiso ha cambiato il nostro cuore, oscurando la facoltà contemplativa, questa è un’esperienza concreta che può fare chiunque guardi l’altro con attenzione.

Allora che cosa aggiunge l’incontro con Cristo a questa dinamica di conoscenza?
Attenzione: Cristo la esalta, ma non perché aggiunga qualcosa. Ogni esperienza del Mistero è esperienza di Cristo: essendo Dio, è all’origine di tutto. Non ne abbiamo sempre coscienza, ma non è un’opzione che può esserci o meno. Per questo amo molto quando don Giussani scrive che gli insegnamenti di Cristo non sono altro che «l’ordine della realtà»: non si tratta di aggiungere nulla. Il punto, semmai, è portare al suo compimento ciò che già c’era. Come san Paolo, che all’Areopago ha rivelato quello che gli ateniesi adoravano senza conoscere. Ecco la missione cui siamo chiamati, davanti ad ogni “signor Franchon” che incontriamo: annunciare Chi lo accompagna da sempre.

 

 

(intervista del mensile Tracce – giugno 2010 – al filosofo francese F. Hadjadj sul suo libro “La terra strada del cielo”)

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