Il «grande mistero» dell’amore sponsale di s. Giovanni Paolo II

Riportiamoci oggi al classico testo del capitolo 5° della lettera agli Efesini, la quale rivela le sorgenti eterne dell’alleanza nell’amore del Padre e insieme la sua nuova e definitiva istituzione in Gesù Cristo.

Questo testo ci conduce a una dimensione tale del «linguaggio del corpo» che potrebbe essere chiamata «mistica». Parla infatti del matrimonio come di un «grande mistero» («Questo mistero è grande», Ef 5,32). E sebbene questo mistero si compia nell’unione sponsale di Cristo redentore con la Chiesa e nella Chiesa-sposa con Cristo («Lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa», Ef 5,32), sebbene si effettui definitivamente nelle dimensioni escatologiche, tuttavia l’autore della lettera agli Efesini non esita ad estendere l’analogia dell’unione di Cristo con la Chiesa
nell’amore sponsale, delineata in modo così «assoluto» ed «escatologico», al segno sacramentale del patto sponsale dell’uomo e della donna, i quali sono «sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5,21). Non esita a estendere quella mistica analogia al «linguaggio del corpo», riletto nella verità dell’amore sponsale e dell’unione coniugale dei due.

Bisogna riconoscere la logica di questo stupendo testo, che libera radicalmente il nostro modo di pensare dagli elementi di manicheismo o da una considerazione non personalista del corpo e al tempo stesso avvicina il «linguaggio del corpo», racchiuso nel segno sacramentale del matrimonio, alla dimensione della reale santità.

I sacramenti innestano la santità sul terreno dell’umanità dell’uomo: penetrano l’anima e il corpo, la femminilità e la mascolinità del soggetto personale, con la forza della santità. Tutto ciò viene espresso nella lingua della liturgia: vi si esprime e vi si attua. La liturgia, la lingua liturgica, eleva il patto coniugale dell’uomo e della donna, basato sul «linguaggio del corpo» riletto nella verità, alle dimensioni del «mistero» e, nel medesimo tempo, consente che quel patto si realizzi nelle suddette dimensioni attraverso il «linguaggio del corpo».

Di ciò parla appunto il segno del sacramento del matrimonio, il quale nella lingua liturgica esprime un evento interpersonale, carico di intenso contenuto personale, assegnato ai due «fino alla morte». Il segno sacramentale significa non solo il «fieri», il nascere del matrimonio, ma costruisce il suo «esse», la sua durata: l’uno e l’altro come realtà sacra e sacramentale, radicata nella dimensione dell’alleanza e della grazia, nella dimensione della creazione e della redenzione. In tal modo la lingua liturgica assegna a entrambi, all’uomo e alla donna, l’amore, la fedeltà e l’onestà coniugale mediante il «linguaggio del corpo». Assegna loro l’unità e l’indissolubilità del matrimonio nel «linguaggio del corpo». Assegna loro come compito tutto il «sacrum» della persona e della comunione delle persone, e parimenti la loro femminilità e mascolinità, proprio in questo linguaggio.

In tale senso affermiamo, che la lingua liturgica diventa «linguaggio del corpo». Ciò significa una serie di fatti e di compiti, che formano la «spiritualità» del matrimonio, il suo «ethos». Nella vita quotidiana dei coniugi questi fatti diventano compiti, e i compiti, fatti. Questi fatti – come anche gli impegni – sono di natura spirituale, tuttavia si esprimono a un tempo col «linguaggio del corpo».

L’autore della lettera agli Efesini scrive in proposito: «…i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo…» (Ef 5, 28; «come se stesso»: Ef 5,33), «e la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5,33). Ambedue, del resto, siano «sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5,21).

Il «linguaggio del corpo», quale ininterrotta continuità della lingua liturgica si esprime non solo col fascino e il compiacimento reciproco del Cantico dei cantici, ma anche come una profonda esperienza del «sacrum», che sembra essere infuso nella stessa mascolinità e femminilità attraverso la dimensione del «mysterium»: «mysterium magnum» della lettera agli Efesini, che affonda le radici appunto nel «principio», cioè nel mistero della creazione dell’uomo: maschio e femmina a immagine di Dio, chiamati fin «dal principio» ad essere segno visibile dell’amore
creativo di Dio.

Così dunque «quel timore di Cristo» e «rispetto», di cui parla l’autore della lettera agli Efesini, è nient’altro che una forma spiritualmente matura di quel fascino reciproco: vale a dire dell’uomo per la femminilità e della donna per la mascolinità, che si rivela per la prima volta nel libro della Genesi (Gn 2,23-25). In seguito, lo stesso fascino sembra scorrere come un largo torrente attraverso i versetti del Cantico dei cantici per trovare, in circostanze del tutto diverse, la sua concisa e concentrata espressione nel libro di Tobia.

La maturità spirituale di questo fascino altro non è che il fruttificare del dono del timore, uno dei sette doni dello Spirito Santo, di cui ha parlato san Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi (1Ts 4,4-7).

D’altronde, la dottrina di Paolo sulla castità, come «vita secondo lo Spirito» (cfr. Rm 8,5), ci consente (particolarmente in base alla prima lettera ai Corinzi 6) di interpretare quel «rispetto» in senso carismatico, cioè quale dono dello Spirito Santo.

La lettera agli Efesini – nell’esortare i coniugi, perché siano sottomessi gli uni agli altri «nel timore di Cristo» (Ef 5,21) e nell’invogliarli, in seguito, al «rispetto» nel rapporto coniugale, sembra rivelare – conformemente alla tradizione paolina – la castità quale virtù e quale dono.

In tal modo, attraverso la virtù e ancor più attraverso il dono («vita secondo lo Spirito») matura spiritualmente il reciproco fascino della mascolinità e della femminilità. Entrambi, l’uomo e la donna, allontanandosi dalla concupiscenza, trovano la giusta dimensione della libertà del dono, unita alla femminilità e mascolinità nel vero significato sponsale del corpo. Così la lingua liturgica, cioè la lingua del sacramento e del «mysterium», diviene nella loro vita e convivenza «linguaggio del corpo» in tutta una profondità, semplicità e bellezza fino a quel momento
sconosciute.

Tale sembra essere il significato integrale del segno sacramentale del matrimonio. In quel segno, attraverso il «linguaggio del corpo», l’uomo e la donna vanno incontro al «grande mysterium», per trasferire la luce di quel mistero, luce di verità e di bellezza, espresso nella lingua liturgica, in «linguaggio del corpo», nel linguaggio cioè della prassi dell’amore, della fedeltà e dell’onestà coniugale, ossia nell’ethos radicato nella «redenzione del corpo» (cfr. Rm 8,23). Su questa via, la vita coniugale diviene in certo senso liturgia.

 

 

 

(San Giovanni Paolo II – Udienza generale del 4 luglio 1984)

 

 


					
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