40 giorni con Berlicche. Lasciatevi tentare… – la recensione di Davide Vairani sulla Croce Quotidiano

Fare pubblicità a libri che ti fanno vibrare le corde più intime fa bene: al punto che vuoi “rendere pubblico” qualcosa perché convinto possa essere utile non solo a te stesso ma a molti altri. L’opportunità mi è data da un libro fresco di stampa, “Le nuove Lettere di Berlicche” scritto da Emiliano Fumaneri, alias “Andreas Hofer” (o il contrario se volete). I lettori de “La Croce” quotidiano hanno già capito bene tutto. Sanno bene chi è il nostro e non ho dubbi sul fatto che anche senza sapere nulla di nulla su questa nuova fatica di Emiliano sapranno farne tesoro e gustarsela parola per parola. Spesso sulle colonne di questo nostro amato quotidiano ci siamo in diverso interrogati sulle ragioni e la cause dell’irrilevanza dei cattolici nella società moderna, attuale. Sono assolutamente convinto che una delle ragioni sia legata alla mancanza di convinzione sulle ragioni per cui valga davvero la pena essere cattolici e, dunque, uomini veri e vivi (o viceversa, tanto è uguale). Assistiamo oggi ad un triste e malinconico oblio rispetto ad alcuni grandi uomini del passato. Uomini profetici, che attraverso la propria vita fatta di incontri, scritti e libri hanno segnato una pista perché capaci di trasmettere la bellezza e la gioia di essere di Cristo. Dunque, di essere davvero vivi. Convintamente vivi, nel corpo nell’anima e nella ragione. Una pista che per tante ragioni si è come inceppata di fronte al misurarsi dei cattolici con la modernità. Vedo troppi cattolici timorosi e in fondo in fondo come rassegnati ad una sconfitta inferta dall’uomo moderno. Un uomo – quello moderno – che dietro alla protervia dei bla bla dell’intellighentia dominante che ha voluto fare uscire Dio dalla propria vita concreta nasconde una tristezza malcelata. Una nostalgia per qualcosa di cui bene non capisce, che in qualche modo sente di possedere ma che non riesce stringere tra le mani. Un uomo – quello moderno – in fondo mai felice fino in fondo. “Se nessuno ci ha promesso qualcosa – scriveva Cesare Pavese in “Il mestiere di vivere” -, perché viviamo sempre in attesa?”. Eppure, questo moderno non è poi così convincente e persuasivo. Eppure, vedo sempre più spesso cattolici rassegnati a vivere in piccoli recinti – spesso auto-referenziali – la propria religiosità. Una religiosità che parla a se stessa e che pare avere rinunciato a mostrare a tutti le ragioni universali (appunto, cattoliche) della gioia e bellezza di essere uomini vivi davvero, perché di Qualcun Altro che sta all’origine di tutto.

Ecco perché voglio fare pubblicità al libro di Emiliano Fumaneri: perché il suo libro è una piccola perla incastonata in un progetto culturale più grande che merita di essere promosso e coltivato. Giuseppe Signorin, insieme alla moglie Anita ha fondato la wedding band Mienmiuaif, con tanto di canale youtube e di blog di supporto e ha costruito un progetto editoriale preciso. Ha quindi costituito una srl (Bericaeditrice srl – http://www.bericaeditrice.it) e si è lanciato in una nuova collana di libri intitolata “UOMOVIVO”. “Un uomo vivo” è il titolo di romanzo scritto da G.K. Chesterton nel 1912, forse uno dei più conosciuti del grande scrittore inglese convertitosi al cattolicesimo. “In certe epoche particolari, è necessaria una specie di preti chiamati poeti per ricordare agli uomini che non sono morti… infatti gli intellettuali tra cui viviamo a volte non si rendono nemmeno conto di essere nati finché non hanno sotto il naso la canna di una pistola!”. L’uomo vivo, un breve ma esplosivo atto unico per risvegliarci alla vita, per predicare quel “vangelo di meraviglia” che consiste nel vivere intensamente il presente e accorgersi del Mistero a cui siamo chiamati fin dall’istante in cui veniamo al mondo. Chesterton si accorge che in casi di emergenza deve emergere l’uomo: ed ecco Innocenzo Smith, l’uomo che vuole vivere e non si accontenta di sopravvivere, un uomo sconvolgente e folle, frenetico come una danza e silenzioso come un dipinto, allegro come il sole e triste come l’autunno. Un uomo come tutti noi ma deciso a non perdere tempo, determinato a lottare contro il nichilismo, il relativismo e lo scetticismo imperante ai suoi come ai nostri tempi. La logica di Chesterton è tagliente e accurata come quella di un vero investigatore del mistero: tutto l’uomo vi partecipa perchè dai fatti dipende la vita e nei fatti è nascosto il senso. Rinunciare è perdere la scommessa più importante del mondo. “Ci prepariamo sempre per qualcosa, qualcosa che non viene mai, io do aria alla casa, voi spazzate la casa, ma che cosa dovrà dunque succedere nella casa?” “Il destino bussa alla porta di ciascun uomo. Saremo pronti ad aprire? Saremo pronti a capire? Saremo capaci di rispondere?”.

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“Le nuove Lettere di Berlicche” di Emiliano Fumaneri sta dentro la pista tracciata da Chesterton, una pista che ha bisogno – oggi più che mai – di donne e uomini arditi e coraggiosi capaci di riprendere e ri-attualizare le ragioni di Innocenzo Smith, l’uomo che vuole vivere e non si accontenta di sopravvivere.

Il primo libro della collana “UOMOVIVO” è stato “Osservazioni di una mamma qualunque”, della nostra “Principessa” Paola Belletti (guarda caso, un’altra “firma illustre” de “La Croce” di Mario Adinolfi). “Queste Nuove lettere di Berlicche – scrive Emiliano Fumaneri nella Prefazione – si ispirano liberamente – senza prendersi troppo sul serio – a un celebre racconto dello scrittore anglo-irlandese Clive Staples Lewis (1898- 1963). Nel 1942 Lewis pubblica a Londra Le lettere di Berlicche (titolo originale The Screwtape Letters, apparso inizialmente sulle colonne del quotidiano The Guardian). Si tratta di un racconto satirico in forma epistolare, apparentato al genere del Bildungsroman (o romanzo di formazione), in cui un funzionario di Satana, un anziano diavolo di nome Berlicche, istruisce il nipote Malacoda, giovane diavolo e apprendista tentatore. Berlicche inizia il suo giovane allievo ai segreti del mestiere, attingendo alla propria esperienza per illustrare al nipote quali mezzi ed espedienti abbia trovato più idonei per strappare gli uomini alla parte di Dio (che egli è solito chiamare «Nemico», «Avversario», «Oppositore», «Unitrino», «l’Altro», «il Rivale»). Non manca nelle lettere di Berlicche una valutazione critica dell’operato del nipote. I giudizi sferzanti dell’attempato diavolo, caratterizzati da una agghiacciante miscela di disprezzo e cinismo, alternano ora il registro del rimprovero ora quello della lode allo scopo di richiamare l’attenzione del discepolo sulle cause dei suoi insuccessi. Rimangono ignote al lettore le lettere inviate da Malacoda a Berlicche. Il loro contenuto tuttavia può essere in qualche misura dedotto dalle risposte di Berlicche, che consiglia l’apprendista sul modo di assicurare la dannazione dell’anima di un giovane essere umano a lui assegnato, indicato come il «paziente» (oppure come «assistito» o «utente»). Il romanzo di Lewis è un’allegoria apologetica che nulla concede all’estetismo torbido di certa letteratura moderna sul demoniaco. Il racconto, volutamente ironico, va chiaramente letto in chiave antifrastica, ribaltando cioè il punto di vista del narratore (Berlicche). Gli insegnamenti del vecchio diavolo sono presentati ai lettori non perché li assimilino o li facciano propri, ma affinché li rigettino. Il lettore è sollecitato piuttosto ad appassionarsi alle ragioni del bene, ricavabili in via indiretta dalla finzione narrativa”.

E tutto nel libro di Fumaneri accade a partire da un fatto. “Attraverso uffici che non è conveniente esporre per iscritto mi è capitata per le mani una curiosa corrispondenza, che viene qui offerta al pubblico. Mi preme ricordare che il Diavolo è il menzognero per eccellenza. Pertanto non bisogna dare credito a nulla di quel che dice. La cronologia delle lettere, salvo quando è lo stesso Berlicche a indicarlo espressamente, non sembra seguire alcun ordine particolare. Appare tuttavia evidente che deve trattarsi di un corpo di scritti recenti, ancora palpitanti. L’identità del paziente è del tutto ignota, anche se dalle frequenti allusioni di Berlicche si evince che deve trattarsi di un giovane nel fiore degli anni, come si suol dire”.

Lewis è al pari di Chesterton un altro dei grandi appassionati di Cristo e, dunque, dell’uomo. Nella quotidianità facciamo costantemente esperienza di come spesso ci si presentino scelte non buone e maliziose sotto l’apparenza del bene e dell’innocenza. Il male che si nasconde sotto le parvenze del bene si chiama tentazione. Nel ‘Padre nostro’ noi chiediamo a Dio di tenerci lontano dalla tentazione ovvero di farcela riconoscere come tale e, quindi, di togliere la patina mendace che ricopre il male e ci impedisce di riconoscerlo come tale. Lewis scriveva che “vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei diavoli. Uno è il non credere alla loro esistenza. L’altro di credervi e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I diavoli sono contenti d’ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago”. Percorrendo le pagine in cui lo zio tenta di educare il nipote a traviare gli umani, scopriamo come denigrare la dimensione allegra della vita e il riso sia una modalità del diavolo di allontanarci dal gusto di vivere. Anche trascurare i piaceri veri, quelli che davvero hanno a che fare con la nostra persona in nome dei piaceri che vanno più di moda, è un espediente adottato dal diavolo perché l’uomo non vada verso Dio, dal momento che l’uomo è portato verso Dio proprio dalle sue vere passioni e dai suoi talenti.

Scrive lo zio diavolo Berlicche al nipote Malacoda: “Come non sei riuscito a capire che un piacere vero era l’ultima cosa che avresti dovuto lasciargli incontrare? Come non hai previsto che avrebbe proprio annientato tutto l’inganno che tanto laboriosamente gli hai insegnato a valutare? E che quel genere di piacere che il libro e la passeggiata gli davano era il più pericoloso di tutti? Che gli avrebbe tolto tutta quella specie di crosta che eri riuscito a formargli sulla sua sensibilità, e fatto sentire che stava tornando a casa, che stava guarendo?”. Quest’uomo, che è chiamato dal diavolo con l’espressione “verme” o “piccolo bruto”, non deve pensare a se stesso, deve essere distratto da ciò che ha più a cuore, dai suoi interessi in una sorta di divertissement o distrazione che lo allontana da sé, dalla realtà e da Dio.

Mio caro Malacoda, noi mal sopportiamo quanto, muovendosi per sua propria iniziativa, oppone per ciò stesso resistenza alla nostra forza. In una parola, ci fa ribrezzo tutto quel che è vivo. Nostro Padre è un raffinato cultore della purezza, e la vita cos’è se non impurità? Il vivente è un perpetuo compromesso tra continuità e rinnovamento. Ogni organismo si modifica nel tempo pur restando fedele a se stesso. Nel corso della vita le cellule del corpo del paziente invecchiano e muoiono, e altre le sostituiscono. Eppure il paziente rimane sempre il paziente, non diventa altro da sé. È agghiacciante questa contaminazione tra l’essere e il nulla. Come non intravedere anche qui l’odioso marchio di Colui ‘che fa nuove tutte le cose’? Lui e i Suoi sfacciati compromessi! Per nostra fortuna la morte provvederà, prima o poi, a ripristinare la statica purezza deflorata dalla proliferazione degli esseri. E il nulla tornerà infine a regnare sulla terra dei viventi. Rottura, separazione, isolamento, disarticolazione, sconnessione. Sont les mots qui vont tres bien ensemble… Sì, sono queste le parole più dolci per le nostre orecchie. Ora, perfino dagli opuscoletti della Casa di Correzione per Tentatori Incompetenti puoi apprendere che la discontinuità è la nota dominante del mondo in cui vive il tuo assistito, un mondo in cui il progresso tecnoscientifico si muove verso l’unità fisica arrivando quasi a sopprimere le distanze materiali tra le genti. I mezzi di trasporto e di comunicazione accostano sempre più strettamente corpi e voci. Eppure, all’infuori di questa unione solo esteriore, mai come prima la divisione reale tra gli umani è stata tanto accentuata, manifesta, acuta, perfino urlante. Gli uomini si avvicinano solo per odiarsi più da vicino. Fortunatamente oggi tutto è un arruffio incoerente. Ti invito a consultare uno dei tanti motori di ricerca in internet, come sto facendo io in questo preciso istante. È un’esperienza istruttiva. Sulla home page vedi sfilare una confusione sconnessa di news. La prima notizia ci informa sul reale peso corporeo delle star del cinema; nella seconda si parla di una manifestazione LGBT per i «diritti civili»; la terza riproduce una lite sui social tra un attore e la sua ex; nella quarta si legge la cronaca dell’ultimo attentato terroristico; subito di fianco si avvicina la prossima notizia, dove si legge di una prodigiosa bevanda anti-cancro; poi anche questa è sostituita dall’evoluzione del prezzo del greggio, che cede subito lo spazio a un pezzullo sulle dipendenze animali. Questo mondo della comunicazione non è soltanto caotico, ma produce anche il caos; produce cose disorganiche, scollegate tra loro fin dall’origine. Un tale scompiglio va a detrimento della narrazione, ostacolando così la possibilità di attribuire significati coerenti. Pertanto l’effetto che se ne ricava è l’oblio: le notizie vengono dimenticate una dopo l’altra già prima che siano scomparse dallo schermo. Ciò che passa sul display è indifferente, l’importante è che passi qualcosa. Questa serialità meccanica avvolge come una morsa il mondo in cui il paziente è nato e cresciuto. È tempo di caos e disgregazione, in cui gli oggetti passano slegati di fronte a un uomo sconnesso. Così al disordine esteriore corrisponde un mondo interiore assolutamente incapace di accogliere le cose secondo un nesso ordinato. Quegli adorabili saccenti di sociologi (a proposito: quanto sono utili alla Nostra Causa, tienili da conto) avrebbero pure coniato dei divertenti nomignoli per designare questo scenario («società istantanea», «società liquida»). Se fossimo mossi – ma non lo siamo, ça va de soi – da intenzioni più caritatevoli non ci potremmo esimere dal far vacillare le loro pretese di autosufficienza. Sarebbe infatti più corretto dire che certe brillanti definizioni sono state adottate a loro insaputa, non senza cioè i discreti suggerimenti del nostro solerte Ufficio Disinformazioni. Ad ogni buon conto, lungi da noi voler rinnegare i vantaggi cagionati da un cosiffatto stato di cose. Pensa a come una società in stato di liquidazione permanente e centrata sull’istante agevoli eccezionalmente il perseguimento dei nostri scopi! Là dove non vi sono che istanti isolati e successivi può darsi solo una linea di fratture giustapposte. Una vera bolgia, insomma. Non pare anche a te di respirare, si fa per dire, una soffocante aria di casa? Certo non un clima propizio, ne converrai, a quella lenta gestazione delle anime praticata dal Nemico. Considera che il tuo paziente solo che lievemente si scosti da Lui subito si troverà immerso, con tutti i suoi sensi, in uno stato di frenetica sovraeccitazione. A tenerlo lontano dall’orazione, che lo ricondurrebbe tra le Sue braccia, provvede lo spirito d’agitazione universalmente diffuso dai media. Raramente, te lo confesso, ho percepito con tale intensità una così spasmodica tensione verso l’effimero, l’istante e l’immediatamente visibile! C’è da restare ammirati! Per non parlare di quanto sia congeniale alle nostre operazioni questa loro onnipresente invasività sonora, così idonea a scacciare il silenzio. Noi detestiamo il silenzio. Il Nemico, come sai, se ne serve per tendere i Suoi agguati alle anime. Che pusillanime! Agire di soppiatto, furtivamente, come un ladro nella notte, quando potrebbe, solo che si degnasse di innalzare con potenza il proprio Verbo, sovrastare ogni suono dell’universo! Nostro Padre, al contrario, è un vero patito del Rumore. Non v’è angolo dell’Inferno che non sia soverchiato da un grido d’angoscia. Ovunque vi riecheggia il frastuono assordante e spietato della Forza che schiaccia e calpesta! Vedrai, vedrai con che maestria la cosiddetta “stampa libera”, una volta dis-orientata a dovere, saprà enfatizzare ogni scarmigliatura della chioma petrina, come saprà dibattere all’infinito sulla più minuta piega delle vesti della Pope Star. Ci sono opinionisti di gran talento in grado di passare al setaccio di una morbosa curiosità ogni singola sfumatura dei gusti privati del Suo Vicario; il piccolo schermo brulica di inessenziali esegeti capaci di disquisire con maniacale precisione di mozzette, pianete e apparati della curia romana senza mai nominare il Nemico! Fomenta e spargi a piene mani l’oscura gioia della chiacchiera, così che la ciarla a ciclo continuo conduca a discettare al contempo di tutto e di nulla, con presunzione e sussiego al sommo grado. Ciò che conta è distogliere la mente del paziente da quel che è veramente essenziale per la fede del Nemico. Non trascurare perciò di aggiornarti sulle ultime novità nel campo della comunicazione. Segui con estrema cura le sortite del tuo paziente nei luoghi prediletti del chiacchiericcio virtuale: blog, forum, social network, ecc. Impara a destreggiarti nel web 2.0, giacché pochi sono gli spazi altrettanto carichi di promesse. Ti accorgerai presto delle molteplici opportunità offerte dall’arena digitale, e quanto essa faciliti – senza far ricorso ad avventatezze, solo facendo leva sulle più futili balordaggini – il frazionamento dei figli del Nemico in innumerevoli fazioni litigiose. La migrazione del gregge di Pietro verso il campo di Agramante, voilà notre chef d’oeuvre! Quanto è stato eccitante alimentare odi profondi fra chi dice «papa» e chi dice «vescovo di Roma»! E che dire degli oziosi cincischiamenti intorno al colore delle calzature del Vicario del Nemico? Come dimenticare poi l’aspra contesa tra i partigiani di Francesco e i tifosi di Benedetto, impegnati a guerreggiare per stabilire chi tra i due detenga il primato dell’umiltà? È dal tempo dei partiti di Paolo e Apollo a Corinto che ci ingegniamo senza posa per mettere in circolo nella Sua Chiesa quella mistura di superbo autocompiacimento, di nevrotico fermento e di virtuosa indignazione tipica di ogni cricca minuscola e aggressiva. Omnia cooperantur in malum. Nostro Padre che sta laggiù, tienilo bene a mente, non ha timore di predicare la volontà del Nemico. Purché possa predicarla a proprio modo. Tuo affezionatissimo zio Berlicche” (P.S. Questa è la seconda Lettera di Berlicche che si trova nel libro di Emiliano Fumaneri).

 

(recensione di Davide Vairani uscita su La Croce Quotidiano del 19 febbraio 2016)

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One Comment

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  1. L’ha ribloggato su paolabellettie ha commentato:
    Grazie Davide, Emiliano, Giuseppe ed Anita!

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