Non tutto il male viene per nuocere?

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Non posso essere d’accordo col comune detto secondo cui “non tutto il male viene per nuocere”. Il male, in realtà, viene proprio per nuocere, sempre. Altrimenti, che male sarebbe? Ma sono disposto a concedere a chi ha per primo pronunciato queste parole, e a chi continua ad usarle a sproposito, di aver formulato male un ragionamento sostanzialmente corretto. Penso, infatti, ch’egli volesse intendere che da un male può nascere un bene, che da una sofferenza può venire una gioia, e non che il male e la sofferenza non siano nocive in sé. In questi giorni sono stato vittima di un forte raffreddore, che mi ha costretto a letto più di quanto avrei voluto. Di fatto il male era, e in parte è tutt’ora, tangibile nella febbre, nel mal di testa, nel naso turato, etc. Sfido chiunque a dire che l’influenza sia un bene in sé. Ma da questo male, da questa scocciatura, è nato un bene. Ho avuto tempo, infatti, di soffermarmi maggiormente su me stesso e di prendermi un po’ cura del mio corpo al di là delle innumerevoli sessioni di sollevamento pesi. Ho ripreso un po’ a leggere; ho messo a posto alcune cose che attendevano d’essere sistemate da tempo; ho riposato per bene, godendomi ogni minuto passato a letto, senza l’ansia di puntare la sveglia e fuggire di casa perché in ritardo. Non penso che ci debba essere un calcolo dietro al principio di cui parlo. Credere nella Provvidenza, come faccio io, non significa calcolare tutte le variabili e prevedere il vantaggio che potrebbe venire da un inconveniente, poiché in quel caso si tratterebbe di un mero investimento, peraltro poco efficace, e non di una filiale fiducia nei confronti di Chi muove gli eventi. Credere nella Provvidenza non significa nemmeno mettersi il cuore in pace di fronte alle difficoltà. Anzi. Io devo ammettere francamente che sono l’ultima persona che accetterebbe di buon cuore una qualsiasi sofferenza. Sono il tipo che, se si trovasse a tardare per colpa di un automobilista lento, avrebbe la tendenza ad innervosirsi, piuttosto che accogliere la cosa come un’occasione. Riconosco i miei limiti, insomma. Ma se c’è una cosa, una soltanto, di cui posso vantarmi, è di parlare in mio sfavore. Non avrei scelto la Chiesa Cattolica come madre e guida, se mi contentassi di seguire le mie tendenze e il mio ego. Se la volontà significa qualcosa, allora significa far forza su sé stessi, e sebbene io non possa dire di avere una grande volontà, ho ben presente, per lo meno, qual è il percorso da seguire. Dunque, vado decisamente contro al mio interesse dicendo che da un male può venire un bene, perché non sono in grado di intravedere una tale possibilità mentre un male mi affligge. Del bene che è venuto dal raffreddore, infatti, posso parlarne solo ora che ne sono uscito. Capisco di poter suonare poco comprensibile, per cui porto due esempi piuttosto eloquenti di questo principio. Uno è la vicenda che vede protagonisti tre piccoli hobbit, Bilbo, Frodo e Gollum, e l’altro è il tormentato percorso dell’iconico Darth Vader (in italiano Fener).

Quando Bilbo decide di non uccidere il malvagio e ributtante Gollum, lascia in vita un essere senza dubbio malvagio, tanto che, quando Frodo dice a Gandalf che sarebbe stato meglio se suo zio avesse tolto di mezzo quella vile creatura quando ne ebbe l’occasione, lo stregone gli risponde: “[…] non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze. Ho poca speranza che Gollum riesca a essere curato e a guarire prima di morire. Ma c’è una possibilità. Egli è legato al destino dell’Anello. Il cuore mi dice che prima della fine di questa storia l’aspetta un’ultima parte da recitare, malvagia o benigna che sia”. Gandalf non sa cosa accadrà, non è in grado di prevedere il futuro, ma è sicuro che quella creatura malvagia avrà un ruolo nella vicenda intorno all’Anello. E ha ragione: sarà proprio Gollum, infine, a distruggere il pericoloso artefatto, seppur involontariamente. Gandalf non compie calcoli su come quella triste ombra potrebbe tornar loro utile, ma è fiducioso che la sua esistenza, indubbiamente circondata da un male incurabile, sia volta inesorabilmente al bene. Frodo seguirà questo consiglio, quando terrà Gollum con sé nonostante gli avvertimenti del buon Sam. Egli intravede il bene in quella creatura e vuole dargli fiducia. Infine, quando tutto sembra perduto, quando Frodo stesso ha ceduto al potere dell’Anello, proprio quell’essere farà la differenza e riuscirà laddove i nostri eroi avevano fallito.

Lo stesso vale per Anakin Skywalker, colui che avrebbe dovuto portare l’equilibrio nella Forza, ma che invece fallisce e viene convertito al Lato Oscuro. Il Prescelto, l’eroe che i Jedi attendevano da molto tempo, si rivolta contro di loro e arriva ad uccidere dei bambini indifesi; l’uomo che Padme aveva amato più di sé stessa, la uccide in un moto di rabbia, condannando i due gemelli che aspettava a rimanere orfani. Tutto ciò è, senza possibilità di replica, un male. Ma chi conosce la saga, sa come andrà a finire. Chi ha avuto la fortuna di vedere fino in fondo questa meravigliosa opera, sa che Anakin, il malvagio Vader, alla fine ucciderà l’Imperatore e riporterà veramente equilibrio nella Forza. Tutto il male che lo ha afflitto e che lo ha portato a compierne dieci volte tanto, era funzionale al compimento del bene finale. Luke, suo figlio, non si arrende e continua a vedere il bene dove tutti vedono il male, fungendo da catalizzatore quando, nel momento cruciale, il signore dei Sith deve decidere se salvare lui o rimanere fedele al suo maestro. Luke, come Frodo, ha fiducia e continua ad averne fino alla fine, fino al punto in cui nessuno ne avrebbe avuta.

Capisco bene che vi siano delle differenze sia tra il mio raffreddore, un male veramente banale, e la disfatta rispettivamente della Terra di Mezzo e della galassia, sia tra i due malvagi in questione, Gollum e Vader, dei quali il primo salva la situazione senza volerlo, mentre il secondo è ben consapevole di quel che fa quando uccide l’Imperatore. I due esempi sono affini solamente ma eloquentemente per il fatto che tutto il male portato dai due personaggi non è fine a sé stesso. Quel che voglio dire è che c’è un disegno, ed è un buon disegno. Esistono dolori, sofferenze e mali inspiegabili, ma, come l’ordito della trama non risulta mai chiaro fino a che l’opera non sia completa, il destino non è mai chiaro fino a che non abbia fatto il suo corso. Quindi non è vero che non tutti i mali vengono per nuocere. Piuttosto è vero che non tutti i mali sono fini a sé stessi e che da un male può nascere un bene.

 

 

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