Il matrimonio non è magia, è mistero

Non ho ancora letto una sola riga sull’imminente Sinodo sulla famiglia, ma già sono dispiaciuta per quello che leggerò – mi metto avanti col lavoro. Lo so che alla fine sui media – e attraverso di loro alla gente che in genere non è che stia lì a compulsare avidamente instrumenta laboris o relazioni finali, al massimo butta l’occhio sul titolo di giornale – arriverà una debole eco dei veri problemi della spiritualità matrimoniale, mentre pagine e pagine verranno scritte sulla comunione ai divorziati risposati, un tema che riguarda davvero un numero molto esiguo di persone (quelle che davvero anelano alla comunione eucaristica, che hanno nella loro vita sinceramente cercato questo rapporto serio col Signore, che nonostante questo hanno avuto il dolore o la disavventura di divorziare pur essendosi sposati in piena consapevolezza e coscienza, e che dopo il divorzio hanno iniziato una nuova relazione stabile): non voglio sminuire il dolore di queste persone nel non poter fare la comunione, ne ho diverse nella cerchia di amici più cari (anche se le loro vicende andrebbero analizzate bene una per una: molti al momento del matrimonio non erano consapevoli del sacramento che stavano contraendo). Voglio solo dire che è molto alto il rischio che un tema particolarissimo finisca per distrarre dalla enorme emergenza culturale che ci troviamo ad affrontare nel campo della famiglia, e dell’idea dell’amore umano in generale.

Un tempo non bisognava fare un lavoro contro-culturale per sposarsi, perché la morale borghese era grosso modo sovrapponibile a quella cristiana. E non dico che fosse meglio: capitava certo più spesso di oggi che ci si ritrovasse sposati senza sapere neanche tanto bene perché, e che si rimanesse, con più o meno coerenza, senza tanta convinzione. Oggi ci sposiamo in pochi, ma in piena libertà, anzi, in contrapposizione quasi alla cultura dominante (e la libertà è sempre davvero un bene preziosissimo, sacro). Oggi abbiamo la possibilità di fare scelte davvero serie e consapevoli.

Ma perché questo avvenga bisogna preparare le coppie molto seriamente, come tante volte ha invitato a fare anche Benedetto XVI, e forse a volte serve anche dissuadere qualcuno. Preparare con impegno vero, non di routine, per esempio come fa Padre Maurizio Botta – va bene, sono di parte, lo sanno tutti che siamo amici – ma anche tantissimi altri sacerdoti in giro: don Renzo Bonetti, i corsi “fidanzàti o fidànzati” del Sog di Assisi e molte altre realtà che adesso non posso citare perché devo mettere i figli a letto.

Per chi non li conosce, vorrei solo puntualizzare che i veri cristiani non danno affatto un’immagine edulcorata del matrimonio, perché partono dalle parole di Gesù, il quale sul tema non è tenerissimo. Ai discepoli che gli dicono “ma se le cose stanno così non conviene sposarsi” Gesù non dice paroline consolatorie, ma conferma: è un mistero grande, e non a tutti è dato di capirlo. Non è esattamente una scena da Harry ti presento Sally (lo so a memoria e ve lo posso garantire).

Quello che la Chiesa annuncia sul matrimonio è che l’uomo e la donna sono incapaci di amare davvero, non sono in grado di dire “per sempre”, e l’unico amore che Cristo propone è a forma di croce, è un amore che ti fa perdere la vita, o meglio, ti fa credere che la stai perdendo tanto a volte è difficile. In realtà la fatica che senti è la tua conversione che sta avvenendo, a stento, perché siamo, tutti, impastati di fango, siamo doppi e tripli, un mistero a noi stessi, figuriamoci agli altri. La Chiesa dunque non annuncia la bellezza di un uomo e di una donna che si amano, annuncia la loro pochezza, e la bellezza di Cristo che potrà aiutarli ad amarsi; annuncia che solo lui è capace di bene, e che solo mettendolo in mezzo c’è una speranza che si possa diventare, un giorno, una carne sola, che rimane l’obiettivo finale di una vita intera, e non una cosa che avviene magicamente al momento del sì.

 

(testo di Costanza Miriano tratto dal blog costanzamiriano.com)

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