Umorismo, gioco, riposo e Dio – buone vacanze!

Il blog dei Mienmiuaif chiude per ferie. Una pausa di un mesetto prima di rimetterci sotto con i nuovi progetti: registrazione di un EP e una collana di libri che si chiamerà (chestertonianamente) UOMOVIVO. Ma anche un negozio di moda…

Intanto vi lasciamo con un illuminante testo del teologo Robert Cheaib scovato sul suo sito www.theologhia.com.

Buone vacanze dai Mienmiuaif e i loro amici!

 

 

L’umorismo è la capacità di vedersi assolti dall’onore e dall’onere auto-inflitti di essere assoluti. È prendere atto della propria limitatezza, relatività e incapacità di essere all’altezza del proprio anelito e della propria realizzazione e, in tal modo, paradossalmente, mettersi nella disposizione giusta per riuscire, rialzarsi e realizzarsi nel proprio piccolo.
L’umore è un lubrificante che rende agile la coordinazione dei meccanismi della vita. Esso esprime una libertà interiore, un distacco dalla propria pretesa assolutezza, per inserirsi più oggettivamente nella propria vita soggettiva. È in sé un’agilità in-tensione che sa giocare con serietà senza dimenticare la serietà in ogni gioco. «Non vi è infatti gioco senza profonda serietà e perfino i bambini giocando si addentrano con forza quasi mitica nel magico cerchio del dovere assoluto e nell’ombra di un possibile smarrimento».
A volte, nella vita, il gesto più «eroico» è quello «ironico». Quando siamo dinanzi alle macerie di un sogno, dobbiamo essere abbastanza ludici per rimanere lucidi e riprendere – come infanti – la ricostruzione della nostra biografia, della nostra realtà.

Guardare ai bambini che imparano a camminare è una grande scuola di tenacia. Il fallimento è una tentazione alla quale si cede quando si rinuncia a tentare, e questo avviene quando ci si prende troppo sul serio. Quando uno è disposto a prendersi gioco di se stesso, rialzarsi diventa quasi un gioco da bambini.
Se con la redenzione Dio ricrea l’universo e ricrea il nostro cuore, bisogna riconoscere che la ri-creazione è pur sempre un’esperienza ludica di distensione che esprime umore e amore allo stesso tempo. Dio ci redime perché ci ama, e ci perdona perché non prende totalmente sul serio le nostre cadute (questo è ben diverso dal non prenderci sul serio!). Per questo bisogna riconoscere che vi è una seria affinità tra lo spiritoso e lo spirituale, l’ironico e l’eroico, l’umore e l’amore. D’altronde, anche la chiamata di Dio, in tutta la sua serietà e totalità, è piena di motivi paradossali, ironici e ludici: Dio ci offre la sicurezza invitandoci a correre rischi; esige che maturiamo invitandoci a diventare come bambini; ci chiama alla felicità portando la sua croce e seguendolo; ci invita alla vita in abbondanza attraversando la morte a noi stessi.

[…]

L’homo ludens è la sintesi sostenibile dell’uomo. Fosse solo ludens sarebbe una comica e insignificante versione di sé, uno spettacolo inutile. Fosse solo homo sarebbe un disperato, perché più che risposte la vita non fa che regalarci domande. Nella stessa linea, san Francesco di Sales sostiene l’esigenza della gioia nella santità perché «un santo triste è un tristo santo». Non siamo dinanzi a un’allegria epidermica, si sta parlando della gioia che è una realtà profonda, radicale e che è «sorella della serietà» . L’homo ludens «è sintesi, colui che ‘serio e sereno’, umorista disinvolto, sa sorridere anche tra le lacrime e trova in fondo a tutta la serenità terrena la faccia dell’insoddisfazione. Questa seria serenità (umorismo è una bella parola consunta anzi abusata) si libra tra cielo e terra». In questa sintesi l’uomo si protegge dagli estremi, dove la serietà degenera in tristezza e la ludicità in sfrenatezza.

L’homo ludens coglie l’ambivalenza dell’esistenza che è «lieta (perché raccolta in Dio) e tragica (perché pericolosamente libera)» . Per questo l’homo ludens è sapiente. Nel suo umorismo riconosce la relatività di ogni realtà terrena sullo sfondo dell’Assoluto, e la sua frammentarietà rispetto a un orizzonte perfetto. «L’homo ludens è perciò un uomo serio perché conosce contemporaneamente tanto il significato quanto la non-necessarietà della sua esistenza reale».
Saggiamente e con stile sa distendersi per rinforzare la sua concentrazione. Allenta dolcemente e tende il rigore del proprio spirito . Il gioco per lui si presenta come allentamento e come allenamento dell’anima, come un pre-ludio alla serietà e alla saggezza che non pecca di smoderazione. L’Assoluto ci relativizza, ma proprio per questo ci apre alla relazione. Ci fa stare con i piedi per terra e, proprio per questo, ci rende “papabili” per il Cielo.

È abbracciando il limite della nostra umanità che ci apriamo alla redenzione perché – se l’inganno più grande a cui cede l’uomo è il prometeismo, ovvero credere di potersi divinizzare da solo, rubando la divinità – alla salvezza ci si apre riconoscendosi bisognosi della gloria di Dio (cf. Rm 3,23), della sovrabbondanza della sua Grazia. Ci si apre al Dono di Dio, riconoscendosi “marianamente” servi e ancelle del Signore, redenti, salvati e resi beati dallo sguardo posato sulla nostra umiltà (cf. Lc 1,48). L’umore ci apre all’accoglienza dell’amore di Dio perché ci fa comprendere l’insufficienza dei nostri progetti, delle nostre imprese e delle nostre elucubrazioni che non solo non colgono l’essenza di Dio, ma neppure l’essenza di noi stessi.

L’uomo pensa. Dio ride. […] Ma perché Dio ride guardando l’uomo che pensa? Perché l’uomo pensa e la verità gli sfugge. Perché più gli uomini pensano, più il pensiero dell’uno si allontana dal pensiero dell’altro. E infine perché l’uomo non è mai ciò che pensa di essere. E appunto all’alba dei Tempi moderni si manifesta questa situazione fondamentale dell’uomo, uscito dal Medioevo: Don Chisciotte pensa, Sancio pensa, e ad entrambi sfugge non solo verità del mondo, ma la verità del loro stesso io .
Possiamo vivere questo dato di fatto (che non riusciamo neanche a cogliere la verità di noi stessi) come una tragedia, ma possiamo viverlo anche come una commedia: una divina commedia che esplora le variazioni e le sfumature dell’amore accondiscendente di Dio che, sì, ride, ma non deride la nostra umanità, la nostra piccolezza, anzi la invita a sorridere con lui, a entrare nella sua gioia (cf. Mt 25,23), la gioia del Deus ludens (cf. Pr 8,31) . L’homo ludens richiama all’affidamento e allo spirito di fiducia che contraddistingue l’infanzia.

 

(Robert Cheaib – testo tratto da  “Alla presenza di Dio. Per una spiritualità incarnata”, presente nel sito http://www.theologhia.com)

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