Il bello, il brutto e Abdul

Una volta il bello era buono; il deforme, il rovinato, l’oscuro significavano “cattivo”. A quei tempi i confini dell’arte erano piuttosto chiari, e nessuno si smarriva nei corridoi ricurvi dei musei. Quando ho mostrato ad Abdul, marocchino ex abitante della stazione di Lambrate, il nostro sipario ricavato dal telo che copriva la legna (con decorazioni di sporco originale), lui mi ha detto, costernato: “Possibile che non ne riesci a trovare uno nuovo?”

Vagli a spiegare il fascino del materiale compromesso, del tessuto con dietro una storia, del legno tarlato come presagio della nostra inevitabile fine, a uno che ha dormito sul cartone. I suoi parametri estetici, parallelamente ai bisogni, sono in sosta da sempre allo stadio primario, e non è detto che questo sia un male. Abdul sulle poltrone di un teatro, ascoltato, imporrebbe un esame di coscienza ai registi col lupetto nero. O forse verrebbe fatto alzare, perché insudicia il velluto.

Abdul non apprezza le vetrine shabby chic dove cassette delle frutta sono elette a preziosi contenitori, travi di ponteggio fanno da mensole originali; Abdul, per la casa che non ha, gradirebbe i controsoffitti, troverebbe sconcio svelare le architetture di travi grezze. Figuriamoci le sue rimostranze di fronte all’arte informale. Che facciamo? Lo carichiamo con l’inganno sul vaporetto che ferma alla Biennale? Gli incolliamo sul naso gli occhiali con la montatura spessa e nera, così che legga l’evoluzione recente del gusto? Oppure facciamo un applauso all’immediatezza del suo occhio puro?

Abdul ci attrae come ci attraggono i bambini, i cui sorrisi sono spiegazioni. Ma l’annessione alla sfera del bello di ciò che fino a ieri era considerato semplicemente da buttare, è una questione che non può non appassionare i cristiani: il primo a proporci di non sottovalutare l’immondizia, di investire in chi vorremmo scacciare, è stato l’Uomo che preferiamo. E senza la Sua rivoluzione pure il povero Abdul starebbe ancora su una panchina.

 

(Emanuele Fant – testo uscito sul settimanale Credere e su costanzamiriano.com)

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