La rivoluzione sessuale

Il filosofo tedesco-americano Marcuse, grande maître à penser della gioventù contestatrice, ritiene che la rivoluzione sociale deve completarsi attraverso la rivoluzione sessuale, giacché le leggi e i pregiudizi che riguardano l’unione sessuale sono, a suo dire, alienanti per l’individuo quanto le strutture capitalistiche per le masse dei lavoratori.

Torno dall’estero, dove una giovane e incantevole giornalista mi ha appena interrogato su questo tema. La sua intervista gravitava attorno ai due punti che seguono:

1) Il dissapore coniugale, dovuto molto spesso alla mancanza di intesa sessuale e che nei casi più gravi si conclude in un divorzio, è un fenomeno frequente. Non crede che il « matrimonio di prova », cioè un’esperienza precedente della vita in comune analoga al noviziato dei religiosi o al tirocinio degli impiegati ridurrebbe il numero dello coppie male assortite e dei divorzi?

2) In generale che pensa della libertà sessuale?

Alla prima domanda ho risposto che il fatto di provare un essere umano come si prova una vettura o un apparecchio elettrodomestico o, nel migliore dei casi, come si assume temporaneamente e con la riserva della reciproca soddisfazione una cuoca o un contabile è sufficiente a distruggere quanto di unico e sacro vi è nell’intimità della coppia. Il solo pensiero che, dopo tutto, non facciamo che una esperienza alla quale metteremo fine quando vorremo insinua già un seme di rottura all’interno dell’unione.

Che diventano, in questa piatta geometria della sessualità, la profondità, il mistero, la meraviglia dell’amore? E quel sentimento del dono gratuito e irreversibile che vincola per sempre due destini? Per non parlare del lato comico della situazione. Immaginate un ragazzo che dica a una ragazza: « Signorina, quante volte è già stata in prova senza essere assunta? ». Ciò mi ricorda la risposta di un amico medico a una signora che nell’atto di entrare nel suo studio gli annunciava solennemente: « Dottore, siete il ventiseiesimo medico che consulto. – Allora, signora, provvedete pure a cercarvi il ventisettesimo, perché non mi reputo in grado di guarirvi! ».

Altro problema: dopo quanto tempo possiamo stabilire che l’esperienza è da concludere? Vi sono automobili che hanno una resa meravigliosa nel rodaggio e i cui difetti non si manifestano che dopo migliaia di chilometri. Allo stesso modo un buon numero di unioni hanno un eccellente avvio, poi si deteriorano con gli anni a causa dell’evolversi divergente (e imprevedibile) dei corpi, dei caratteri, dei gusti ecc. Secondo questa prospettiva, la logica imporrebbe di sopprimere l’istituzione del matrimonio a profitto di una serie di prove sempre revocabili…

Questo ci conduce direttamente alla seconda domanda: il diritto alla libertà dell’ « amore ».
Uno degli argomenti preferiti dei liberoscambisti sessuali è questo: siamo in un campo in cui la morale ufficiale non è mai stata integralmente rispettata, e la sola differenza tra le generazioni precedenti e la nostra è che noi, disgustati da secoli di ipocrisia, non abbiamo più timore di esibire apertamente ciò che i nostri antenati facevano di nascosto, cioè di proclamare dei diritti laddove i nostri avi si limitavano a prendersi delle libertà.
Questo appello alla sincerità seduce facilmente l’immaginazione dei giovani. Ma non resiste affatto all’esame. Certo vi è stato sempre chi ha infranto la morale sessuale – e questo a tutti i livelli, dalle avventure più sordide fino alle grandi passioni tragiche cantante dai poeti e analizzate dai romanzieri. È ugualmente certo che costoro, a parte qualche eccezione, facevano il loro possibile per dissimulare le proprie colpe. Ipocrisia? Lo vedo bene. Ma l’ipocrisia non è forse, seguendo le parole di La Rochefoucauld, « un omaggio reso dal vizio alla virtù » ? Occorre dunque, con l’alibi della sincerità, fare sfoggio del vizio e favorire pertanto la generalizzazione di un male che l’ipocrisia cela e isola? In altri termini, bisogna trarre il diritto dal fatto, la regola dal contingente e, col pretesto che le leggi umane e divine mai cessano di essere violate, erigere a legge l’assenza della legge?

Mantenute le debite proporzioni, potremmo applicare la stessa logica a tutti i comportamenti antisociali. Ci sono sempre stati dei ladri, e hanno sempre agito di nascosto. E allora perché non finirla con questa rivoltante ipocrisia e proclamare la legittimità del furto? E perché, allo stesso tempo, non spossessare gli onesti del diritto di proprietà?

Là dove non si dà libertà non si dà amore, dicono i negatori della morale sessuale. Niente di più vero, ma di quale libertà si tratta? E a quale livello va esercitata? Essere liberi vuol dire obbedire unicamente a pulsioni sessuali che nemmeno hanno il vantaggio, come accade presso gli animali, di essere spontaneamente accordate alle leggi naturali? O agli umori, ai capricci, ai gusti e disgusti che agitano l’uomo in tutti i suoi sensi? Certo, l’amore non può essere che libero. Ma, precisamente, dobbiamo usare assai più libertà nel restare fedeli a una promessa (con tutti gli sforzi, gli strazi, i sacrifici che questo comporta) che nell’abbandonarci a questa forza impersonale che Freud chiama il « principio di piacere ». È al vento che varia da un giorno all’altro o al timone orientato verso il porto che conviene affidare la direzione del vascello?

Il termine di libertà sessuale implica d’altro canto una contraddizione. Non vi è libertà al livello del sesso. Né a quello della sensibilità, dell’immaginazione, delle passioni. La libertà non esiste che nello spirito, più precisamente nella volontà illuminata dall’intelligenza. Essa è la facoltà di scegliere tra ciò che fa e ciò che disfa l’uomo. È ad essa che compete di controllare e di educare la sessualità in funzione delle leggi che assicurano l’armonia dell’essere umano nel suo insieme e della società di cui fa parte. In mancanza di questo la sedicente liberazione sessuale, nel momento in cui isola il sesso dal contesto umano e sociale che gli dona un senso e uno scopo, non può che portare, seguendo le parole di Malraux confermate da tante deplorevoli esperienze, all’« insignificanza del sesso », come in certe malattie mentali (e lo scatenamento dell’erotismo ne è una) dove lo sbalordimento e l’indifferenza si susseguono all’agitazione disordinata.

(Gustave Thibon, 1970 – articolo uscito sul blog dedicato al “filosofo contadino” ritornoalreale.wordpress.com)

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