Partigiani della fedeltà

Il dilemma, uno dei capolavori assoluti del duo Gaber-Luporini, non è solo la narrazione d’un amore morente. È una storia di fedeltà estrema, di «resistenza» avrebbe detto lo stesso Gaber, che va dritta al cuore dell’amore di ogni epoca. La scena è nota: una «spiaggia poco serena», una «casa a picco sul mare».

I due protagonisti: un uomo e una donna, semplicemente, e un legame che si trascina ormai stanco e consunto. La loro relazione si staglia sulla «vasta ombra del dilemma»; il quesito in fondo è «quello di sempre / un dilemma elementare / se aveva o non aveva senso il loro amore». E l’insidiosa «smania di dare ascolto ai brividini del cuore» lì, pronta a esercitare le sue seduzioni. Niente di cui stupirsi quindi se «un giorno di primavera / quando lei non lo guardava / lui rincorse lo sguardo di una fanciulla nuova».

Dunque una situazione di partenza non certo estrema, forse perfino banale: lui, lei, un’altra, il tradimento di lui, che «ancora oggi non si sa / se era innocente come un animale / o se era come instupidito dalla vanità». Fatti e accadimenti amari, ma vecchi quanto il mondo.

Non ci si inganni: il Signor G non canta qui solo l’epilogo di un’ordinaria storia giunta a “naturale conclusione”, l’ennesimo rapporto sfibrato dal logorio della vita moderna dove ciascuno, mestamente raccolti gli sparsi cocci, se ne va dove lo porta il cuore. Fin qui non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole, nulla che non sia già stato visto e raccontato mille e più volte: una delle tante vicende andate in scena sotto il plumbeo cielo di questo nostro tempo che a tutto, siano uova di giornata o intime relazioni coniugali, sembra voler/dover imprimere la data di scadenza.

Ma Gaber, anima assetata di verità profonde ed estranea a ogni conformismo, non è un Fabio Volo qualunque, un superficiale compilatore di banalità indifferenziate o uomo da accontentarsi del luogocomunismo imperante.

Non gli sfugge come nel «mistero di un uomo e di una donna» sia racchiusa una realtà di altro ordine, più ampia della sommatoria di due individualità, una verità superiore alla mera giustapposizione di due corpi. Un mistero organico e vivente da contemplare, anzitutto, non un problema di chimica dei sentimenti da risolvere. In quella «voglia di non lasciarsi» così «difficile da giudicare», tanto da non sapere «se è una cosa vecchia o se fa piacere», il Signor G vede agitarsi, sfavillante come brace celata ma non sopita dalla coltre di cenere, il cuore pulsante di un amore diverso, il respiro di un amore altro e oltre.

Gaber dispiega questa intuizione a modo suo, con realismo e senza retorica. Sa bene, per averlo cantato altrove, come parlando d’amore occorra non scordarsi della quotidianità forse disturbante e poco romantica – ma quanto più viva! – fatta anche di «cessi e sciacquoni». Dino Buzzati del resto non scriveva, nel suo brevissimo Acqua chiusa, che anche nel «silenzio profondo» delle latrine Dio «a tradimento ci parla con accento umile e amico, bonariamente ricordandoci le miserie dell’uomo e le speranze perdute»? «Diffidate dei vitrages smerigliati con lo stemma in trasparenza per cui si accede alle latrine. Dio, pazientissimo, giorno e notte ci insegue, dove meno si pensa ci attende all’agguato, non ha bisogno di croce o di altari, anche nei vestiboli di marmo sterilizzato che non si possono nominare egli viene a tentarci proponendoci la salvezza dell’anima».

Con questo il disincantato Gaber non intende rinunciare alla ricerca di un senso più profondo delle cose. Come dice nel bellissimo monologo Il Grigio, «è che l’amore è una parola strana. Vola troppo. Andrebbe sostituita. Non sarebbe meglio chiamarlo “la cosa”? Potrebbe diventare più concreto. […] “La cosa” è trasformazione, percorso, crescita insieme. È un patto di sangue stipulato tra due persone e forse, prima ancora, dal destino. “La cosa” è l’amore. No, è un’altra qualità dell’amore. Una qualità che non rimpiange gli attimi perché diventa la vita».

Che fare però di fronte a un tradimento? Lasciarsi, cancellare tutto quel che si è costruito insieme e “rifarsi una vita”? Oppure andare avanti e “resistere”? È l’interrogativo che si pone anche la donna al centro del Dilemma, che «si chiese / se non fosse un’altra volta il caso / di amare e di restar fedele al proprio sposo».

Per noi, “privilegiati” fruitori di un regime di «libertà obbligatoria» (che sia questa la «nostra nuova sorte» cui allude Il dilemma?), la risposta è perfino scontata. I tecnici delle relazioni interpersonali, i cantori della Realpolitik coniugale d’ogni risma – i quadri insomma delle burocrazie protocollatrici che oggi fungono da tutori e garanti della nostra “autonomia” e “libertà di scelta” – avrebbero certo pochi dubbi sul consiglio da impartire alla “coppia scoppiata”…

I due protagonisti del Dilemma, che «ai momenti di abbandono alternavano le fatiche / con la gran tenacia che è propria delle cose antiche», hanno accumulato però ben altre riserve interiori nei lunghi inverni trascorsi insieme; hanno imparato a «piangere e soffrire / ma senza dar la colpa / all’epoca o alla Storia». Temprati dalle «coraggiose battaglie che avevano vinto e perso», possiedono «anche nel fallire / il senso del rigore, il culto del coraggio». Ed ecco allora lo scatto con cui «rifiutarono decisamente / le nostre idee di libertà in amore / a questa scelta non si seppero adattare / Non so se dire a questa nostra scelta / o a questa nostra nuova sorte / so soltanto che loro si diedero la morte».

Resta da capire in che senso «quel gesto disperato / potrebbe anche rivelare / come il segno di qualcosa che stiamo per capire». Forse in quel gesto si cela un segno dell’importanza di «un’altra qualità dell’amore»? E cos’è l’«altra qualità dell’amore» se non il calco di un voto cavalleresco, di un giuramento medievale? Non è forse un patto talmente coinvolgente, presente e immediato come può esserlo solo una “cosa”, da impegnare coloro che in piena libertà l’hanno siglato ben al di là della semplice pattuizione tra due “contraenti”?

«Il loro amore moriva / come quello di tutti / non per una cosa astratta come la famiglia / Loro scelsero la morte / per una cosa vera come la famiglia». Come rami del medesimo albero che insieme periscono quando si è esaurita la linfa vitale del tronco che li ha nutriti entrambi i due decidono di non sopravvivere al fallimento del loro amore, e si danno la morte.

La tragica conclusione, degna del teatro classico, stabilisce un’intima parentela tra amore e sacrificio. D’altro canto le immagini capaci di evocare un legame indissolubile, una connessione analoga a quella che unisce corpo e anima, non parlano tutte di un vincolo che solo la morte può spezzare? Il conquistatore che prima della battaglia fa bruciare i propri vascelli per precludersi ogni ritirata in caso d’insuccesso, il capitano che affonda con la sua nave, il soldato cui la fedeltà al proprio signore conduce alla morte…

In Albero e foglia Tolkien rievoca l’altrettanto tragica vicenda di Beorhtnoth, il duca di Essex «rinomato per possanza, coraggio e valore» morto per eccesso d’onore cavalleresco accettando in battaglia una sfida suicida. L’orgoglio e la brama di gloria di Beorhtnoth, all’apparenza così nobili, sono in realtà l’emblema della fuga dalle proprie responsabilità: la sua caduta conduce infatti alla rovina del proprio popolo, sottomesso e saccheggiato dagli invasori vichinghi. La presunzione del duca è riscattata però dalla fedeltà dei suoi cavalieri, gli ufficiali più stretti e leali. Consapevoli dell’insano gesto del loro signore ma a lui legati da un patto di lealtà scelgono di condividerne la sorte e di bere assieme l’amaro calice della disfatta. Pur sapendo di andare incontro a morte quasi certa lo seguono nello scontro. Gli si stringono intorno fino alla fine e tutti cadono, uno dopo l’altro, a fianco del loro vecchio sovrano. Ancora una volta la parola chiave è resistenza. I guerrieri al seguito del duca di Essex sapevano bene come il loro compito fosse, scrive Tolkien, quello «di resistere e morire, non di porre domande», giacché chi ama non giudica. Ma non per cieca obbedienza, bensì per lealtà ed amore perirono i cavalieri di Beorhtnoth. In questo seppero essergli superiori, perché «è l’eroismo dell’obbedienza e dell’amore, non quello dell’orgoglio e dell’ostinazione a essere il più alto e il più commovente».

È nell’ora del declino, nel momento della prova che la risposta all’appello di un amore senza data di scadenza assume già, per un istante, i colori dell’eternità. In fondo «il sunto di questa storia / per altro senza importanza / che si potrebbe chiamare appunto resistenza» è questo: l’amore è una “cosa” avvolta nel mistero di una fedeltà creatrice, una realtà da apprendere giorno per giorno tra le mille difficoltà del vivere quotidiano. Lungo l’«immenso labirinto di quel dilemma» si snoda l’apprendistato di una vita a due il cui approdo finale è stato consegnato dal Signor G ai versi di un altro dei suoi capolavori: «Quando sarò capace di amare / potrò guardare dentro al suo cuore / e avvicinarmi al suo mistero / non come quando io ragiono / ma come quando respiro».

 

(Andreas Hofer – articolo uscito su costanzamiriano.com)

Annunci

Posted In:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...