Moglie vs marito

A quanto pare in Florida ti sei trasformata in un mix fra Muybridge, pioniere della fotografia del movimento, come recita Wikipedia, e Rothko, amore mio. Non si spiega altrimenti la serie di selfie dei passi tuoi e della tua collega Laura sulle moquette colorate della fiera di Orlando, apparsa nella mia bacheca di Facebook. Ma non sono stati gli unici scatti oltreoceano ad arrivarmi, per quanto sicuramente i più poetici, quasi spirituali. Su Whatsapp c’eri tu in piscina, tu con un raggio di sole fra i capelli, tu con tuo fratello, tu con tua sorella, tu con il Nesquik per la colazione, tu in contemplazione della salsa di guacamole (tuttora non ho capito che cosa siano, le guacamole, ma non ho voglia di consultare Wikipedia come per Muybridge). La breve esperienza americana è bastata a trasformarti, amore mio. Alcune cose, però, sono rimaste invariate. Al tuo ritorno, infatti, è ripartito il nostro duello all’ultimo sangue. Oggetto della disputa: il blog – in particolare quello che scrivo io. Niente, non va bene. Marito bocciato. Me ne hai dette di ogni. Nemmeno Borges, quando ancora fidanzati ti leggevo un suo racconto sdraiati sul letto del vecchio appartamentino in cui vivevo, si è meritato tanto. Subito mi sono sentito afflitto, poi profondamente ringalluzzito. Lo stesso capita con le canzoni dei mienmiuaif. Istintivamente mi dai contro, non le vuoi cantare, ti ribelli, dici che non hanno senso, sono tutte uguali, non sono vere. Allora io capisco che ci siamo. Anche il nome del gruppo, non ti è mai andato giù. Non si capisce, nessuno riesce a dirlo, non ci trovano su internet, per quel che riguarda il SEO, poi. SEO per SEO, tuo marito – l’eroe, il martire, il punk, il rapper – se ne sbatte.  Sei partita la mattina della tragedia di Lubitz, il pilota che voleva rimanere nella storia e infatti ci rimarrà. Ero in ufficio, sento il capo dire che un aereo è precipitato. Mi viene un colpo. L’aereo però non era partito da Venezia. Non era il tuo. Non sapevo neanch’io come sentirmi: felice perché non era il tuo, triste per la tragedia. I due stati d’animo hanno convissuto in me per qualche giorno. Quando sei tornata a casa, poi, devo ammettere che un pochino ero contento… Hai avuto addirittura la forza di andare a Messa, la sera. Domenica delle Palme. Eri esausta, dopo Messa ti ho preparato una spaghettata al pomodoro, secondo i tuoi desideri. Sono andato da mia madre a prendere la conserva. Avevo lasciato il frigo respirare un po’ in pace, in tua assenza. Abbiamo cenato. Poi hai dormito. Dalle 22 alle 12.30 di ieri. Ti sei svegliata, sono tornato dal lavoro, abbiamo pranzato insieme. Dopo il pranzo, il duro attacco ai miei scarabocchi in forma di lettere. Un attacco partorito in 14 ore e 30 minuti di sonno. 14 ore e 30 minuti… Dall’albero si vedono i frutti. Che Dio mantenga intatta la tua avversione nei confronti dei miei scarabocchi in forma di lettere (ricordati però che questo secondo anno è nato sotto il segno della vendetta…), ma che da oggi in poi risuonino forte le campane nella nostra camera da letto allo scoccare delle 8 ore di sonno. Oltre scatta la follia. Ti amo.

 

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